La logica è lo studio del logos: cioè, del pensiero e del linguaggio. O meglio, del pensiero come esso si esprime attraverso il linguaggio. Il che significa che, per capire la logica, bisogna anzitutto incominciare a capire il linguaggio, che almeno nelle sue versioni indoeuropee si basa su una tripartizione delle parole in tre categorie fondamentali: i sostantivi, gli aggettivi e i verbi, che servono a indicare oggetti, proprietà e azioni (o stati), come nella frase «l´homo sapiens parla». Ciascuna categoria corrisponde a un particolare modo di guardare e vedere il mondo, e ha dato origine a generi letterari complementari: l´epica, la lirica e il dramma, che si concentrano rispettivamente sui personaggi, i sentimenti e gli eventi. |
INCONTRI: UNA CONFERENZA SUL LOGOS
"L´idea è quella di chiedere a chi per una vita si è occupato di un argomento di condensare in un´ora alcuni elementi chiave da offrire ad un pubblico di non specialisti. Il ciclo organizzato dall´editore Luca Sossella, si è inaugurato ieri all´Auditorium di Roma con la conferenza di Piergiorgio Odifreddi "Che cos´è la logica" di cui pubblichiamo qui una sintesi. Seguirà , tra qualche settimana, Franco Cordero con "Che cos´è la giustizia" e interverranno successivamente Renzo Piano, Umberto Eco e Walter Veltroni sui temi dell´architettura, dell´estetica e della politica." La Repubblica, 29/9/2006
"Anche se non mi è molto chiaro il legame con creatività, intelligenza e rischio, ...
La filosofia del labirinto presuppone uno scopo (via d'uscita), che io non vedo nella vita; la filosofia del viandante invece è più realistica.
Tuttavia la mia impressione è che gli uomini abbiano bisogno di mete, quindi consciamente o inconsciamente si illudono che ci sia uno scopo e tendono ad adottare la filosofia del labirinto."
Dandomi così modo, ahinoi, di proseguire nel ragionamento:
Capisco che non sia molto chiaro, ma non avevo trovato supporto per sviluppare il discorso del percorso. Nell'etica del labirinto, invece, trovo la risposta che sentivo ma non riuscivo ad esprimere in modo sufficientemente compiuto.
Credo di poter dire che il senso della vita, stante che lo scopo ultimo è la morte, è il percorso (capito il legame? :)). E' il "durante".
E qui mi ricollego alla creatività, l'intelligenza, il rischio: ogni passaggio ha una sua finalità propria che può essere indipendente dal fine ultimo; quindi se il singolo passaggio non dà l'esito sperato, non importa; per dirla con Rovatti: è un salto giocato.
Se così (un pò) può essere, la necessità della meta a tutti i costi nasce dall'incapacità, o dall'impossibilità, di dare valore al percorso. Fino a quando non capisci che l'importante è il percorso hai bisogno della meta.
Facendo un ulteriore passettino, non se avanti indietro o di lato, mi sentirei di dire che il senso sta nel percorso in un'ottica retrospettiva; quando cerchiamo un senso, infatti, normalmente valutiamo anche, forse soprattutto, ciò che abbiamo fatto sino a quel punto.
Non so andare oltre...
“Stiloso” e assai fresco è una risorsa di informazioni da inserire senz’altro nei vostri bookmark.
INAUGURAZIONE GIOVEDÍ 5 OTTOBRE 2006 ORE 18.30
6 OTTOBRE > 20 DICEMBRE 2006 DA MARTEDÌ A VENERDÌ 15.30 > 19.30
ARTOPIA 20135 MILANO VIA LAZZARO PAPI 2
T 02 5460582
ritaurso@tiscali.it www.artopiagallery.it
Un molo che porta ad un letto, ponti sospesi che si legano tra isole galleggianti, la forma nascosta dei boschi e suicidi di massa che somigliano a danze in caduta libera.
Questi sono alcuni degli elementi della prima mostra personale di Maria Francesca Tassi che presenta una serie di suggestivi disegni a matita e un’installazione.
Questa mostra è un invito a farla finita con la consuetudine di considerare il disegno come un figlio minore, un bozzetto, un preludio ad altro: il disegno sa fare cose che nessun’altro strumento può. Il disegno è prezioso e, più spesso di quanto ci è dato sapere, è la sola autentica ossessione dell’artista.
Questa mostra è un invito a mettere in discussione il sistema che ci fa comunemente dire cosa è possibile e cosa non lo è affatto.
Il lato interno è lo spazio impraticabile e invisibile delle cose. Il disegno è il solo strumento che sappia rivelarlo e renderlo intelligibile, perché alle sue linee è dato sezionare, rovesciare o svuotare la realtà. Quello di Maria Francesca Tassi è un disegno che rintraccia le proporzioni e la struttura portante dell’inverosimile, e lo fa con la dovizia di particolari che userebbe un costruttore. Il suo lavoro insinua l’idea che ciascun ecosistema o architettura impossibile meriterebbe d’esser progettato nel dettaglio, perché diventi quantomeno probabile.
E’ proprio in questa sorta di ingegneria applicata all’onirico che l’artista preme perché le sue fantasie siano suggestioni fantastiche sì, ma credibili davvero.
Nel disegno Arrivo fino in fondo e mi rilasso un po’, ad esempio, i nodi che legano il grande letto al pontile sono studiati per ancorarlo saldamente. Così, in Simmetrico, ci è dato vedere lo spazio segreto nel quale abitano le radici di un bosco, come in una minuziosa illustrazione didattica da sussidiario. Dei suicidi di massa descritti nel grande disegno I faraglioni di Okinawa non esistono documenti per immagini tra le cronache di guerra, ma solo storie tramandate oralmente, Maria Francesca Tassi quindi si adopera, come uno storiografo, a ricostruire i dettagli di quella che potrebbe essere in realtà una leggenda .
Il lato interno del bosco è anche il titolo dell’installazione che occupa gli spazi della casa. Dal soffitto scendono le radici degli stessi alberi che abitano i disegni, quasi l’appartamento fosse il luogo nel quale questi ultimi vanno a finire. Questo porta lo spettatore fisicamente ad un qualche livello sotterraneo o sconvolto, dall’impossibile all’autentico, dentro ad un disegno nel quale non credeva di poter realmente soggiornare. Quest’opera funziona come un’improbabile bussola che indica la nostra collocazione e la distanza tra noi e quello che possiamo immaginare alberghi oltre il soffitto, tra noi e le suggestioni dell’artista.
Maria Francesca Tassi
Nata a San Pellegrino Terme (BG) nel 1977. Vive e lavora a Milano
Vincitrice del concorso delle Pagine Bianche D’Autore, Lombardia.
Ha partecipato recentemente a mostre collettive presso Fondazione delle Stelline, Milano; Mudima Due, Berlino - Galleria In Arco, Torino - Daegu Citizen All Facoltà di design, Corea - Antonio Colombo Arte Contemporanea, Milano - Art&Gallery, Milano - Biennale di Trissino, Vicenza.
ARTOPIA 20135 MILANO VIA LAZZARO PAPI 2 T 02 5460582 www.artopiagallery.it
Il mio pensiero circa la parte svolta dalle famiglie l'ho già espresso qui.
Riporto, invece una parte dell'intervento di Luisella Battaglia sul Secolo XIX di oggi:
"Sembra emergere da questa vicenda una sorta di latente familismo, l'ideologia che vede la famiglia come il baluardo di difesa contro una società avvertita come straniera e minacciosa, l'unica in grado di tutelare, insieme alla Chiesa - che non ha esitato a schierarsi apertamente con i Giusto - i valori veri che lo Stato sembra incapace di esprimere e salvaguardare."
Quale responsabilità un simile cognome!!!
A proposito dei religiosi, e della religione, attingo ancora una volta a piene mani da Norberto Bobbio, su Repubblica di ieri nello stesso articolo di Zagrebelsky: "...Alla domanda di un intervistatore che una volta gli aveva chiesto: «In che cosa spera, professore?», ha risposto: «Non ho nessuna speranza. In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza». Questo, in effetti, sembra un mondo di rassegnazione. Ma subito dopo ha precisato (pagg. 107-108): «la speranza è una virtù teologica. Quando Kant afferma che uno dei tre grandi problemi della filosofia è "che cosa debbo sperare", si riferisce con questa domanda al problema religioso. Le virtù del laico sono altre: il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle idee altrui, virtù mondane, civili».
La domanda sorge spontanea: non sembra anche a voi che le virtù del laico siano più che sufficienti e che la laicità implichi molta meno conflittualità e problematicità che non il ricorso alla religione? Se proprio serve una dottrina, volgiamoci alla filosofia :)
L'etica del labirinto (sul significato dell'esistenza)
«Chi entra in un labirinto sa che esiste una via d´uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un´altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza, non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare, essere sempre pronti a tornare indietro». L´etica del labirinto richiede che «non ci si butti mai a capofitto nell´azione, che non si subisca passivamente la situazione, che si coordinino le azioni, che si facciano scelte ragionate, che ci si propongano, a titolo d´ipotesi, mete intermedie, salvo a correggere l´itinerario durante il percorso, ad adattare i mezzi al fine, a riconoscere le vie sbagliate e ad abbandonarle una volta riconosciute». (La Repubblica, 27 Settembre, 2006).
L'etica del viandante
"Io propongo un'idea debole, purtroppo, che chiamo "l'etica del viandante". Il viandante non ha una meta, si muove e di volta in volta trova le modalità per scalare montagne o attraversare fiumi non in base a mappe o a principi, ma in base a quello che i Greci chiamavano phronesis: la virtù di Ulisse, cioè la possibilità di decidere in base alle circostanze e ai risultati attesi. Auspico la dimensione del dialogo in contrapposizione a quella della violenza, per trovare, di volta in volta, di fronte ai problemi che sorgeranno, il massimo consenso possibile intorno alle cose da fare." (Umberto Galimberti - Il SecoloXIX - 5/6/2006)
Tre cose mi hanno disturbata invece immediatamente:
- la prima, il fatto che questi due individui si siano potuti permettere, per tutto questo tempo, di sequestrare una bambina a loro affidata con regole ben precise e per un tempo stabilito; mi sono chiesta cosa succederebbe se io rapissi, perché di questo si è trattato, e tenessi nascosto un bimbo accusando i suoi genitori (europei o americani) o un istituto (europeo o americano) di maltrattamenti. Immagino, e ritengo giustamente, che sarei ritenuta incapace di intendere e di volere e messa direttamente in galera. La mia prima idea, pertanto, è che si sia presa in considerazione la possibilità che in Bielorussia (saranno ancora comunisti?) si maltrattino i bambini come pratica normale e diffusa e per questo le istituzioni non abbiano reagito prontamente per far restituire la bambina alle autorità bielorusse o, almeno, per prenderla in carico a livello istituzionale.
- la seconda, la relativa sicurezza, nella maggior parte dell'opinione pubblica almeno in prima battuta, che la coppia italiana fosse sicuramente il bene per la bimba: si tratta di una coppia molto pia, molto per bene, con relazioni di parentela ai livelli alti della politica ecc.
- in ultimo, la assoluta determinazione della coppia stessa: non un minimo dubbio, non un tentennamento; noi amiamo la bimba quindi siamo necessariamente il suo bene.
Grande Umberto (mi perdonerà l'eccessiva confidenza ma mi dà così tanto conforto la sua capacità di sintesi dei miei sentimenti in così poche righe che sento di volergli bene e quindi di poterlo chiamarlo per nome) che dice in modo così raffinato quello che è sotto gli occhi di tutti e cioè che la famiglia è, sempre più spesso, il luogo problematico in cui, in nome dell'amore si compiono gli abusi più terribili nella peggiore delle ipotesi e si sottopongono gli amati ai ricatti (anche inconsapevoli) più terribili.
Questi bisogni, propri degli adulti, inconfessati e inconfessabili come tali, mascherati da altruismo e dedizione con tanto di candele e santini mi accendono sempre dei campanellini d'allarme. Probabilmente ingiustificati nello specifico.
E sfruttano le caratteristiche del terreno, dell’ambiente, dell’aria, della stessa atmosfera terrestre.

Tra “network architecture” e “organic design”, nasce una nuova scienza per costruire ambienti di lavoro e residenziali; meglio vivibili, più a misura d’uomo.
La chiave? Alcuni semplici principi, detti “Gaia Charter”. Secondo cui il design deve:
- essere ispirato dalla Natura, essere sostenibile, salubre, rispettoso e differente
- dispiegarsi e diffondersi, come un organismo, dal suo nucleo più interno
- esistere, nel presente continuato e rigenerarsi
- seguire i flussi ed essere flessibile ed adattativo
- soddifare i bisogni sociali, fisiologici e spirituali
- esprimere ed adattarsi ai ritmi ed ai cicli stagionali.
Mentre sta già arrivando il grattacielo che gira con il vento.
Dorye Roettger
"As the season of believing seems to wind down, let me gently remind you that many dreams still wait in the wings. Many authentic sparks must be fanned before passion performs her perfect work in you. Throw another log on the fire."
Sarah Ban Breathnach
"I am always doing that which I cannot do, in order that I may learn how to do it."
Pablo Picasso
"To exist is to change, to change is to mature, to mature is to go on creating oneself endlessly."
Henri Bergson
"Some men throw their gifts away on a life of mediocrity, great men throw everything they have into their gifts and achieve a life of success."
Greg Werner
"To live a creative life, we must lose our fear of being wrong."
Joseph Chilton Pierce
"Creativity is inventing, experimenting, growing, taking risks, breaking rules, making mistakes, and having fun."
Mary Lou Cook
"There are two ways of being creative. One can sing and dance. Or one can create an environment in which singers and dancers flourish."
Warren G. Bennis
"I'm always thinking about creating. My future starts when I wake up every morning. Every day I find something creative to do with my life."
Miles Davis
I musicisti chiamano un simile effetto (in musica ovviamente), bordone.
La drone music, altrimenti nota come drone ambient o ambient drone, dronescape o dronology, e a volte semplicemente come drone, è uno stile musicale che porta in evidenza l’uso di suoni, note o insiemi di note prolungati e continuati; chiamati appunto droni.
Tipicamente, si tratta di brani abbastanza lunghi che, in confronto ad altri tipi di musica, hanno variazioni armoniche minimali.
Molto interessante, per approfondire, la serie di esempi che trovate qui.
E' la risposta del Professore ciò su cui mi sono fermata a riflettere:
"Sarebbe una fine, è il caso di dire, dignitosa. Non c´è dubbio che assistiamo a una proliferazione di iniziative culturali che investe tutta l´Italia. È un fenomeno che meriterebbe un approfondimento. Da parte mia ritengo che molta gente sia stanca dei discorsi politici, dei talk show televisivi e preferisca il confronto con quei saperi che aiutano a riflettere e rispondono alle angosce del nostro tempo."
Il Professore ha, ovviamente, ragione. Da qualche tempo ormai si avverte una sensazione di già detto, già sentito e... magari, già rinnegato.Nei talk show: Vespa abbiamo smesso di vederlo da tempo ma Ballarò ci appassionava e poi ha cominciato ad essere soporifero; è tornato Santoro e, nonostante la professionalità dei suoi collaboratori, non riesce a coinvolgere; tornerà anche Report e vedremo la bravissima Gabanelli.... Forse perché i temi non cambiano e li abbiamo ormai sviscerati sino alla nausea? Forse perché i politici, fatta eccezione per Bertinotti che però si è immolato alla Camera e quindi esterna poco, non hanno la capacità di ragionare in termini più alti, più acuti dei nostri? Immagino la desolazione dei giornalisti: su quale terreno devono lavorare!!
Nelle tavole rotonde, ai convegni, feste di partito e quant'altro: non sono più di moda i contradditori; un certo numero di persone si alterna al microfono, propone la sua istanza e passa all'altro; nessuno che senta il bisogno di allargare il confronto al pubblico per verificare il proprio punto di vista. Così abbiamo smesso di andarci, stanchi di fare platea.Impegnarsi in politica: qualcuno in tenera età, qualcun altro in età matura, ci abbiamo provato. A molti è rimasta la sensazione di essere stato usato. Durante la campagna elettorale del sindaco per cui hai perso le notti, che quando il sindaco è stato eletto si è dimenticato di te e anche del programma elettorale; in occasione di vari stage gratuiti che hai fatto in diverse pubbliche amministrazioni, dove hai lavorato a progetti che sono stati sostenuti sino ad arrivare all'annuncio sul giornale e poi sono stati riposti in un cassetto; nel migliore dei casi l'amministratore di turno, accusando un minimo senso di colpa per non aver mantenuto l'impegno, finge di non vederti se ti incontra per strada.
Così decidi di approfondire i temi che ti appassionano: leggi, studi, vai ai festival della mente, della filosofia, della letteratura.... E ti senti un po' in colpa. Ti stai forse disimpegnando. Ti voti al qualunquismo. Ti fai i fatti tuoi. Rinunci a sporcarti le mani.Il Professor Bodei mi ha permesso di fare un passo avanti e di rincuorarmi: dispiace che tanti rinuncino alla politica attiva e anche alla discussione politica ma se tutti questi decidono di impiegare quel tempo ad acculturarsi e ad approfondire allora, forse, si potrà evolvere e far evolvere i nostri figli arrivando comunque a partecipare al miglioramento della società! (?)
Può trattarsi di una strategia indiretta. Che ci affranca un po' dai sensi di colpa.
E’ scontato che i pareri dei blogger siano sia diversi tra loro, sia espressi in toni forti, per quanto consapevolmente. E che siano personali. Non ha molto senso, quindi, cercare di evidenziare quale voce possa vantare di aver ragione e quale no, almeno in valore assoluto.
E’ pur vero, però, che Oriana era una giornalista e non un politico, né un membro delle istituzioni. E anche uno di quei giornalisti che, un po’ per meriti e un po’ per esperienza, come Biagi o Montanelli al termine della carriera, possono permettersi di scrivere e dire un po’ quello che vogliono e come vogliono.
Oriana, poi, non ha mai scritto solo per se stessa, negli ultimi anni. Avrebbe tenuto un Blog, se fosse stato così. Come Beppe che, senza bisogno di arrivare in edicola o in libreria, è semplicemente l’uomo (e la redazione) più letto della Rete.
No, la Fallaci scriveva anche per vendere, bene o male. Per vendere sia libri sia se stessa. Oltre alle proprie opinioni.
Il che evidenzia che Oriana era una giornalista ed una professionista. Brava? Sì. Di successo? Beh..direi. E poi, che altro? Era malata? Era pazza? Era simpatica? Aveva ragione?
Era malata, sì. Di una malattia che solo coloro che hanno dentro di sé, o l’hanno avuta o ne hanno visto parenti ed amici vicini esserne colpiti possono comprendere; e gli ultimi già meno dei primi due insiemi. Era pazza? No. Anzi, era molto lucida. Forse, in alcuni momenti, troppo.
Simpatica? Non so. Non mi era particolarmente simpatica.
Aveva ragione, Oriana? Bella domanda.
Mettiamola così: se domani la miliardata di musulmani si sveglia di colpo e decide che vogliono dar ragione a quanti proclamano che siamo – più o meno in maniera occulta e subdola, più o meno dichiaratamente, più o meno volutamente – in guerra con l’Islam, allora Oriana aveva ragione. Se non succede e la maggior parte di loro continuerà a lavorare per una pacifica convivenza, allora si rivelerà che Oriana aveva torto. Le variabili mi paiono un tantino numerose e complesse per tracciare una linea diritta tra ragione e torto, qui.
Il senso, quindi, non credo possa essere individuato nella domanda: “Aveva ragione?”
E tuttavia credo non possa neppure essere rimandato a considerazioni totalizzanti. “Diceva grandi cazzate, delirava, schiumava di inutile rabbia a causa della malattia che la consumava”
Certo, si poteva essere, si può tuttora essere d’accordo con Oriana e le sue accorate invettive di questi ultimi anni. Oppure no.
Non importa. Ciò che credo sia importante è che il giudizio sulla donna Oriana e sulla giornalista Fallaci non possa essere partigiano, univoco, fazioso oppure tranchant. Oriana non era Goebbels, non era Milosevic, non era un fanatico leader religioso (tutte le religioni ne hanno o ne hanno avuto uno...)
Credo, molto semplicemente, molto banalmente, che Oriana fosse una donna intelligente. Questo, almeno, mi pare un fatto incontrovertibile. Le persone intelligenti difficilmente esprimono solo opinioni universali. Perché le loro sono opinioni, appunto. Ma altrettanto difficilmente dicono solo idiozie. Perché sono intelligenti.
Ecco perché mi dissocio dai giudizi di condanna così come da quelli di totale beatificazione.
E scelgo di conservare il ricordo di una donna intelligente.
A proposito di creatività, naturalmente, perchè è molto creativo l'immaginare di essere qualcun'altro, il farlo davvero, voglio dire, riuscire ad immedesimarsi nei panni di un'altra persona, avere abbastanza empatia per cogliere il bene e il male di una situazione, di un momento, di una vita, e viverla non come la vivremmo noi ma come la vivrebbe l'altro.
Ho appena finito di leggere una traduzione in francese di Beroul e Thomas, i primi autori conosciuti di una messa per iscritto della saga celtica di Tristano ed Isotta.
Così mi sono chiesta: cosa avrei fatto se fossi stata Isotta?
Perchè lei è un personaggio straordinario, che a viva forza si è sottratto dall'immagine della signora trobadorica a cui la sua bellezza la avrebbe relegata, è un donna attiva, disposta all'avventura, al rischio, ma più di ogni altra cosa, è un'impenitente bugiarda.
Non fa che mentire, dall'inizio alla fine. Il romanzo di Beroul potrebbe tranquillamente sottotitolarsi: l'eterna menzogna.
Una donna così muore, spirando col corpo di Tristano. Ma non muore solo d'amore. Isotta sceglie deliberatamente di morire, per dolcezza...per protesta, in un certo qual modo.
Che avrei fatto, io, se fossi stata Isotta? Sebbene il suicidio non sia proprio nelle mie corde avrei dovuto sforzarmi per trovare qualcosa di più dissacrante, ultimo straordinario guizzo dell'ego smisurato di una donna.
Forse io, se fossi stata Isotta, non mi sarei mai innamorata di Tristano. Finito l'effeto del filtro (tre anni in Beroul, la mia storia preferita, mentre in Thomas è eterno) mi sarei rispresa il mio amore ed avrei scelto di darlo a qualcun'altro.
Non ho mai avuto simaptia per i protagonisti.
Comunque una cosa è sicura: se fossi nata allora avrei voluto essere Isotta.
Il 17, a Rocchetta Vara, ricomincia Emergenze.
Cosa sia lo suggerisce il nome: una mostra urgente e viva, che affronta temi di attualità in contesti assolutamente nuovi.
Sta in un posto un paio di settimane, poi si sposta, un paio di settimane e si sposta di nuovo.
E' una di quelle idee che, a guardarla, ti fanno dire: perchè non l'ho avuta io?
Una cosa così semplice, banale, eppure così profonda, ricca, spunti di riflessione che non capitano spesso.
L'arte dentro la vita.
Due gli stimoli che ne ho ricavato.
* La terribilmente affascinante (o fascinosamente terribile) capacità degli essere umani di trovare un senso per la propria vita, sia individualmente sia collettivamente; in particolare in alcune scene del film è tale l'assurdità dei contesti di vita delle persone che viene da chiedersi per quale incredibile miracolo le persone si alzano, fanno delle cose in funzione e previsione di un nuovo giorno; altrettanto interessante è che, se questa assurdità è vera per i milioni di operai, donne, bambini cinesi, è vera anche per il manutentore italiano nonostante il suo stordimento, e quindi la sua apparente estraneità, alla vista del grattacielo casa, ristorante, lavanderia, vita o della fabbrica, asilo, casa, mensa, vita.
** Cina e India, i due nuovi giganti economici e tecnologici che ci sommergeranno tutti nei prossimi anni. Come dice la mia amica Maria Grazia appena tornata dal Rajasthan: com'è che questi paesi emergono, le loro economie galoppano e ci trovi sempre e comunque fame morte e miseria?
Ecco, tutto qui. E anche altro ma è meglio vederlo.
Pur di scoprire chi è Desmond, che cosa vogliono “gli altri”, che cos’è la Dharma Initiative, qual’è il gioco di Henry, che fine ha fatto Walt, cosa c’è sotto l’isola, che cosa dà 108. E perchè l’aereo è caduto.
E non crederete che cosa sono capaci di inventarsi J.J. Abrams e Damon Lindelof.
Il 18 Settembre torna la serie più innovativa, originale e spietata degli ultimi 20 anni: L O S T.
Iniziate a contare: 4, 8, 15, 16, 23, 42...
Sono icone, soprattutto, di una femminilità destinata ad affermarsi sempre più “nella società degli uomini”.
Sono le donne di Tamara de Lempicka e tornano in mostra a Milano, dopo 80 anni dallo stesso debutto dell’artista.
Pittrice cosmopolita e icona dell’Art Déco, Tamara de Lempicka ha creato immagini che sono diventate il simbolo di un’epoca, “i folli” anni Venti e Trenta di cui diventa la più brillante interprete, introducendo nei suoi dipinti i simboli della modernità e rappresentando la donna emancipata, libera, indipendente e trasgressiva. Considerando la vita come un’opera d’arte e sostenuta da una volontà ferrea di affermazione, Tamara coltiva il suo talento artistico, ma anche costruisce con cura la propria immagine di donna elegante e sofisticata, divenendo presto la protagonista stravagante della mondanità europea.
A Milano, Palazzo Reale, dal 5 ottobre prossimo, fino al 14 gennaio 2007.
Poco spazio. Ma come una fotografia fatta col grandangolo.
Parole pesate una ad una.
Così, oggi che, dopo tanto tempo, mi è capitato di tornare e vedere questo sito ho pensato di scriverci qualcosa sopra, e mi sono chiesta, che cosa scelgo per rappresentarlo un po'? Quale frammento, quale angolo, quale suo amasciatore ne portera un accenno?
Curioso. Una poesia.
Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
nè il canto del gallo,
nè il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.
-Peppino Impastato-
Per tutto ciò che non va MAI dimenticato.
Con lei parliamo del Festival che è stato, ma soprattutto del Festival che sarà: “Questo è il limite massimo di sopportazione per Sarzana, lo vedi?” e, ammonendoti, ma con tono bonario, fa perno sulla spalla per indicare col palmo aperto della mano tutta la città, come volesse contenerla: “Non bisogna stuprare le città, ma valorizzarle”, continua.
Ma se questo evento funziona così bene, ha davvero senso arginare l’afflusso per il prossimo anno? “Possiamo ancora lavorare sulla contemporaneità degli spettacoli: aumentando qualità e numero degli eventi, nello stesso lasso temporale, questo Festival può ancora crescere senza scoppiare”, traccia sicura la strada.
Diamine, e pensare che a noi spezzini già dispiace di non poter vivercela tutta, questa tre giorni di cultura o anticamera di essa, perché scegliere un po’ ci fa paura, implica sempre un rimpianto. Glielo confidiamo, ma lei scrolla le spalle: “Un Festival porta sempre con sé la necessità di una scelta”. E se lo dice lei, possiamo starne certi: organizzando anche l’evento di letteratura più importante di Mantova, un’idea di come stanno le cose se la sarà pur fatta: “Là ci sono anche dieci cose contemporaneamente. Qui è un’altra cosa, ma una via di fuga può essere sicuramente quella”. A qualcuno parrebbe più logico allargare lo spazio, invece che addensare il tempo. Glielo facciamo notare: “Hai letto il nome?” si altera “Si chiama Sarzana – Festival della Mente: non possiamo certo farlo altrove”.
Ma nemmeno uscire un pochino dal borgo, provare a delocalizzare due o tre eventi, tanto per cominciare? “Vedremo”, ti concede, ma si vede che lo fa per darti il contentino.
Assecondati e rincuorati, il focus si sposta sul rapporto con gli artisti: possibile davvero che gli autori del Festival non abbiano avuto in esclusiva il testo dell’intervento di ciascun autore? “Ci sentiamo regolarmente con i vari artisti, ma la verità in effetti è che l’evento alla fine è una sorpresa anche per noi”. E forse nel caso di Adonis un’occhiata era bene darcela: perché non fidarsi, come insegna la saggezza popolare, spesso è meglio.
Fonte: La Gazzetta della Spezia
Continua male, invece, la ormai stucchevole tendenza delle giurie dei Festival di premiare quasi solo film che siano prodotti nell’intervallo di mondo che sta ad Est di Belgrado e ad Ovest di Tokyo. Il resto delle longitudini cinematografiche ormai sembra non esistere più.
Che noia.
E’ un cucciolo di Panda femmina e lo trovate (ahimè, in cinese...) qui.
Il mondo della narrativa contemporanea è pieno di personaggi, più o meno famosi, più o meno interessanti, più o meno originali.
Propria della letteratura gialla o noir, la tendenza a serializzare – a produrre cioè diversi romanzi aventi in comune lo stesso protagonista – si è estesa ad altri generi o sottogeneri.
La motivazione di fondo è intuibile: dò vita ad un character; ha successo; fidelizzo il lettore ad esso, inducendolo a “richiedere” altre avventure con lo stesso protagonista.
Non vado matto per i serial characters, salvo poche eccezioni. Bond, i primi Dirk Pitt, Jason Bourne, Bob Lee Swagger.
Se più facile è creare un percorso di storie per un investigatore o un poliziotto – si va da Marlowe a Maigret, da Montalbano a Davenport, da Bosch alla Scarpetta – più difficile è serializzare altri personaggi: spie, analisti CIA, esploratori marini, soldati, killer professionisti.
Ancora più difficile diventa pensare a storie convincenti per chi, quasi, non esiste. Come Jack Reacher, forse il personaggio più originale ed innovativo dopo James Bond e Stephanie Patrick.
Reacher non ha casa, non ha lavoro, non ha legami, non ha futuro e ha un passato che si è lasciato alle spalle. Ex soldato, ex MP, Reacher passa da una storia all’altra, da un romanzo all’altro senza apparentemente portarsi dietro nulla più che pochi effetti personali e lo spazzolino da denti.
Tuttavia lui, le sue avventure e soprattutto lo stile del suo creatore, Lee Child, hanno fatto irruzione nel panorama del thriller contemporaneo, lungo la strada tracciata dai padri fondatori come Buchan e Ambler, creando un vero e proprio punto di svolta, simile a quello prodotto, negli anni ’50, da Ian Fleming.
Reacher è veloce, intelligente, sagace, intuitivo e sorprendente, esattamente come la prosa di Child, autore davvero geniale, ma barbaramente pubblicato in Italia da Longanesi secondo un ordine temporale assolutamente isterico ed incomprensibile, salvo forse a qualche responsabile editor di quelli che si fanno schermo dietro a motivazioni “interne” che, a dir poco, fanno ridere.
Due titoli da non perdere assolutamente? Die Trying (in italiano ha un titolo che definirei quasi osceno) e Persuader.
con radi goccioloni.
Sto davanti alla radio
in questa camera d'affitto.
Apro il Corriere pieno di morti
sono spese bene 250 lire.
Lampi e tuoni di fuori.
Domani leggeremo
l'entità del disastro.
Tutto quanto mai accade
appartiene al dominio
del verosimile.
Ma esiste davvero
il vero?
Qualcuno come un dio con barba
tenta di farcelo credere.
Ma il dio senza barba è
ben altro affare.
Non come appare a guardarlo
lo intendiamo.
E. Montale
Inedito, pubblicato dal Corriere.
Qui qualche frammento.
Ma non sono sicura che si apprezzi abbastanza.
Forse, Montale, va letto su uno di quei grandi tomi, appena miniati, che si pubblicavano una volta, pagine leggermente ingiallite, odore di carta e l'ebrezza straordinaria di tenere tra le mani un capolavoro assoluto.
Dopo aver sceso, dandogli il braccio, almeno un milione di scale.
Un giorno - avrò avuto 11 anni, gli stessi del film, btw - scoprii che era stata una scrittrice inglese del primo ‘900.
Personaggio strano, complesso, etereo e in qualche modo misterioso, la Woolf è uno dei pochi autori inglesi – dopo William Shakespeare e prima della 2’ Guerra Mondiale – che salverei davvero: gran parte del ‘700 e ‘800 inglese in prosa è infatti un susseguirsi di drammoni in stile fiction Canale 5; mentre per trovare produzioni interessanti nel ‘900 bisogna faticare, prima dei ‘60s.
Con queste premesse, domenica scorsa, mi sono letteralmente catapultato a vedere l’evento della Fusini, nella speranza di sentir leggere la Woolf in maniera decente.
L’aspetto più notevole è stata sicuramente l’intensità di Anna Bonaiuto nel leggere Virginia. “Schizzi di un’autobiografia solo accennata e mai compiuta”, dice la Fusini. Pagine di grande sensibilità e poesia, pur dove non vi era alcun verso. Parole e frasi che attingono al profondo di chi, come la Woolf, ha provato certe emozioni, anche estreme. A partire dall’amore per un cane, ad esempio, fedele amico sin dai primi giorni di vita.
E tanto mi è piaciuta la lettura sentita della Bonaiuto, tanto è stato pervasivo il susseguirsi di emozioni scaturitene, tanto mi hanno spesso infastidito il tono e l’approccio davvero un po’ troppo autocelebrativo della Fusini. La quale, parliamoci chiaro, ha fatto di certo un gran lavoro.
Ma che, sin dall’inizio, non si limita solo a confessare: "Tradurre Virginia Woolf è stata la prova più eccitante, e al contempo più frustrante della mia vita", andando oltre, fa cadere l’affermazione che la sua autobiografia della Woolf è la migliore in circolazione (“Certo le altre sono pur valide, ma…”), e che “In qualche modo, ad un certo punto, io sono diventata Virginia”.
Oh, boy!
E’ troppo. Ancor prima che inizino le letture della Bonaiuti, qualche spettatore autorevole prende su e se ne va. “Troppo autoincensarsi”, affermerà in seguito.
Un gran peccato, perché perdersi le letture è stato perdersi momenti davvero toccanti ed unici.
Resta comunque la curiosità di leggere il libro che, oltre ad una cura davvero affettuosa da parte dell’autrice verso un’autrice, contiene passaggi autobiografici della Woolf difficilmente reperibili altrove.
Sarà allora che è la crescita del colosso asiatico in sè e per sè, ad essere inquietante. Già, perchè il poliglotta corrispondente di Repubblica parte dai numeri del sistema Cindia (termine non di suo conio, precisa: lui è solo il primo ad averlo importato in Italia): 3 miliardi e mezzo di persone (ben più della metà del pianeta), 6 milioni di laureati l'anno, le aziende più importanti del mondo che hanno trasferito i loro stabilimenti e headquarters lì, tra Bangalore e Hangzhou, in terre lontane, terre nuove eppure così cariche di storia.
Rampini si sofferma più di tutto su questo concetto che a lui risulta così fascinoso: il nuovo ed il vecchio che si ricongiungono, la storia più antica della civiltà umana che torna a fare da traino. Detta così, lo scombussolamento odierno sembra solo un riassestamento del sistema originale. E forse così è.
"Noi italiani siamo abituati a sottolineare soprattutto l'accezione umanistica della creatività" attacca l'autore dell'"Impero di Cindia", "è per questo che ho scelto un approccio che parta invece da quella tecnico-scientifica". Il nuovo refrain cinese, ci informa, quello che ha sostituito il gergo marxista anche nei discorsi di Hu Jintao e Wen Jiabao alla dittatura più grande del mondo, è quello che cita il "risolvere scientificamente i problemi". "Risolveremo scientificamente i problemi": già ce li vediamo, questi cinesi che hanno un po' le facce tutte uguali per noi europei (ma non pensate che la cosa non sia reciproca: è solo questione di dove si è abituati a guardare in un viso, credetemi), tutti in fila e pronti ad obbedire. Ma via, dov'è la creatività di un popolo così?
Nella capacita di copiare. Oh si, bella questa! Già, proprio nella capacità di copiare: perchè è sul gesto del creare che si sofferma il gusto estetico asiatico, più che sull'oggetto creato. Forse è la parte della trattazione di Rampini che convince meno, ma è con questo 'alibi' che il giornalista scagiona parzialmente i contraffattori di Gucci, Ferragamo e Armani. "Fermo restando che contraffarre è sleale", si tutela, ma il messaggio non cambia.
Quello che convince di più nella sintesi del pechinese d'adozione è invece l'approfondimento sulla superiorità formativa del sistema Cindia. La nuova élite scolastica cambia indirizzo: da Yale a Shanghai, da Berkeley a Bombay. Le frontiere sono altre, le sfide sono altre, i saperi sono altri.
E la nuova sfida al predominio occidentale, che pare già vinta in partenza, parte proprio dal sapere: Pechino, la città simbolo della riscossa cinese, megalopoli da 20 mln di abitanti, è nel luogo più arido della terra, ma è rinomata per i suoi splendidi giardini, fiore all'occhiello di una botanica avanti anni luce rispetto a quella europea. Ma sono molti i primati che gli abitanti del Vecchio Continente (termine sul quale ci sarebbe da discutere) danno per assodati e che invece sono messi in ridicolo dalla supremazia della cultura asiatica: la rivoluzione industriale, la stampa, il positivismo non sono che brutte copie formato europeo di quegli splendidi originali dell'impero cinese.
Rampini ha una sua teoria, che ha un suo charme tutto particolare: la creatività si esalta da quello che lui stesso definisce con perfetto accento francese "metissage". Un vocabolo che contiene in sè il concetto di "meticcio", di reciproca impollinazione. "Solo aprendosi alle altre culture si può diventare davvero grandi, cementare la crescita", nota Rampini, che poi argomenta portando ad esempio il periodo di buio dell'impero cinese, ovverosia quei due secoli di chiusura, di timore di essere assaliti, la Muraglia come una paratia, le doghe laterali di un letto sontuoso, eppure mortale.
Difficile non rimanere ammaliati da un racconto così, ed infatti si è in buona compagnia: Rampini scopre in Carl Gustav Jung, Paul Klee, Vincent Van Gogh ed Herman Hesse un'insospettabile anticipazione cronologica di viscerale sinofilia.
E se, come qualcuno del pubblico gli fa notare, l'analisi ogni tanto scende sino a diventare favola, trascurando gli aspetti negativi che pur sempre un regime totalitario porta con sè, Rampini si difende sostenendo di aver solo "svolto il compitino" consegnatogli dagli organizzatori del festival e, lesto a cogliere l'opportunità, invita le centinaia di astanti ad andare a scoprire i risvolti negativi nelle sue opere, in cui in effetti il buon redattore non tralascia neppure un malleolo degli scheletri nell'enorme armadio cinese.
Partendo ancora dalla cultura, questa volta cinematografica, e prendendo ad esempio l'ascesa del mercato della pellicola di Shanghai e Bollywood, pronte ormai a scansare Hollywood tra i kolossal a colpi di pugnali volanti, tigri e dragoni, Rampini finisce per trovare l'approdo cercato: il parallelismo par excellence. Ovvero: XX secolo, quello che ha visto il baricentro spostarsi dall'Europa all'America, non senza tormenti; XXI secolo, quello che per sua stessa esplicita predizione sarà quello "cinese", o quantomeno asiatico. Con dei dovuti distinguo: gli Usa erano sostanzialmente un contenitore vuoto, da riempire con l'immigrazione, anche dalla stessa Europa; l'Asia invece è un recipiente già pieno, e non solo di uomini, ma della cultura più vecchia del mondo, capace di coniugare in una sintesi perfetta la giovinezza demografica e di sviluppo con una ricchezza storica senza pari.
La chiarezza della sua forma espressiva non lascia adito a fraintendimenti di sorta, lasciando dietro di sè un retrogusto sin quasi spiacevole di ineluttabilità. Ma il gioco della crescita e dello sviluppo non è mai a somma zero, insegna Rampini: il gigante che avanza non lascerà solo briciole, ma anche splendide opportunità. La sfida è per noi, allora: la nuova frontiera è tutta da esplorare. Solo così potremo capire dove va il mondo.
(da Spezialmente.it)
Una vita, quella di Nadia, immolata ad un'altra, quella 'perfettamente incompiuta' della scrittrice inglese, per "farla partorire in una lingua in cui non è nata", ed offrirla ai lettori italiani nella maniera più fedele possibile all'originale.
Ma tradurre la Woolf non basta a descrivere un rapporto che per sua stessa ammissione è stato "estremamente intimo, quasi di amicizia", sebbene i piani temporali siano shiftati uno rispetto all'altro, e la Woolf (1882-1941) sia morta più o meno ai tempi in cui la Fusini nasceva, come in un'ideale staffetta d'intenti, la prosecuzione di qualcosa che si perpetua (chissà che non fosse questo, il fine ultimo di questo intervento: trovare il terzo staffettista, per proseguire il discorso...).
Studiandola ogni giorno, la Fusini è arrivata ad essere qualcosa di molto vicino alla Woolf, nel suo modo di pensare, nel suo modo di scrivere, sintonizzandosi sulle sue personalissime lunghezze d'onda. "Quando mi hanno chiesto di scrivere la sua biografia pensavo non ci sarebbe mai stato niente di più facile", ammette la Fusini, che ancora ignorava che scrivere la biografia della Woolf era anche scrivere la sua autobiografia.
"Solo dopo mi sono accorta che ero stata chiamata a scrivere la vita di chi si era ritirata da quell'impresa": se c'è infatti una grande incompiuta nella vita di Virginia, è proprio la storia di se stessa. Sarà perchè lei era la prima a confondere vita e letteratura ("se non scrivessi, non esisterei", taglia corto in uno dei bellissimi frammenti raccolti dalla Fusini e letti dalla voce toccante della bravissima Anna Bonaiuto), o perchè "non ha fatto altro che prepararsi a vivere", ma fatto sta che la bambina 'che viveva dentro un acino' ("le cose mi toccavano e io risuonavo", scrive candida in uno dei passaggi più intimi della sua intera produzione) ha messo se stessa e gli altri in ognuno dei suoi personaggi, ma quando è stata la volta di dipingere il proprio, di personaggio, non è riuscita a venirne a capo.
"Come si fa a descrivere quello che sono: devo raccontare le cose che ho fatto, o quelle in cui non sono riuscita?" si tormentava la Woolf, fino a risolvere tout-court: "Se fossi chiamata a rispondere, sarei incline ad optare per queste ultime".
Nei suoi scritti 'per sè', la Woolf arriva a conclusioni che provocano sconcerto e vertigine: "scrivo perchè sono abitata da voci", ammette in un delirio letterario. E ancora: "Ogni mio romanzo è un tentativo di far rivivere qualcuno che era morto". Ma nei suoi libri c'è anche lei: è, però, un cane. "Sì, sono un cane, così fedele al mio padrone - la Vita di cui lei, lesbica, è follemente innamorata: e pensare all'ambivalenza che il nome riveste in italiano fa sorridere, ndr - e così bisognosa d'affetto".
Già, perchè dietro ogni scrittore c'è un'infanzia travagliata. La sua, è caratterizzata dalla ricerca di amore del padre, giacchè la madre è altera ed impossibile. "Anch'io ho provato emozioni, ma non legate al corpo", rivela in un altro passaggio intimissimo. Nello sfondo, compare già una scrittura per epifanie, momenti estatici: "Ho smesso di specchiarmi da piccolissima: da allora, mi specchio solo nelle mie creature", confida riferendosi ai suoi libri.
Il suicidio è il suo atto estremo, ma quantomai deciso: entra nel lago con due pietre pesanti nel cappotto, e si sottrae ad una vita di sofferenza, in un mondo in cui, alle porte della seconda guerra mondiale, non c'è più spazio per le gioie della letteratura.
E' di qui, allora, che parte il lavoro della Fusini. "Non ho il dono di essere credente", ammette "per cui l'unica forma di immortalità a cui credo è quella dei libri".
"La frase ha un potere di morte: chiude, conclude" tuona la Woolf per mezzo della voce commossa della Bonaiuto, splendida interprete dei frammenti collezionati dalla Fusini. Ed allora, è evidentemente logico così: la sua autobiografia ha un senso solo postuma. Altrimenti, risulterebbe imperdonabilmente incompleta.
(da Spezialmente.it)
Creatività per creatività, come lo scorso anno il ricordo migliore del Festival me lo ha lasciato uno scienziato neuropsichiatra (Goldberg nel 2005, Rizzolatti nel 2006, e scusate se è poco).
Così, tanto per smentire l'idea che i migliori, a parlare di creatività, siano sempre letterati e umanisti.
Rizzolatti è arrivato, umile, gentile, persino leggermente imbarazzato, lo scienziato di fama mondiale, l'uomo che sta portando in lungo e in largo una teoria innovativa, e ha esposto la sua teoria. Con semplicità, parole chiare, qualche immagine.
La sala, gremitissima, ascoltava in silenzio.
Di tutta quella lunga ed intensa lezione, con ampio spazio alle domande finali e qualche follia, è rimasta nell'aria un'affermazione su tutte: il cervello dell'uomo è naturalmente empatico, ha un suo spazio adibito alla ricezione delle sensazioni altrui, per percepire l'infelicità, il dolore, la sofferenza di chi ci è vicino.
"E' come per li glicemia" ha glossato il professore. "Deve avere un certo valore perchè l'uomo possa definirsi sano e stare bene. Quella parte del nostro cervello ci dice che i raspporti umani sono essenziali per la nostra felicità, anche da un punto di vista medico-anatomico".
Ha concluso "Scusate, forse ho divagato".
Macchè divagato.
Lezione notevole, professor Rizzolatti, e spiegazione chiarissima.
Forse noi profani della neuropsichiatria dimenticheremo la parte tecnica, ma quell'ultima frase ci rimarrà in mente, cristallina e tagliente.
Complimenti e grazie.
Il primo: il relatore. Ho sempre pensato che un buon relatore (o anche oratore) si distingua per 3 elementi basilari.
1. Il tono. Non dev’essere nè troppo sommesso, nè troppo squillante ed assordante, nè troppo cantilenante, nè –appunto – mono-tono.
2. Il ritmo. La relazione deve avere, quasi come un buon monologo teatrale, un suo ritmo espositivo-narrativo. Rallentamenti ed accelerazioni, pur lievi, pause, interruzioni, brevi digressioni. Perchè studi accurati rivelano che dopo 40 minuti l’attenzione di uno spettatore o studente va scemando in modo drammatico.
3. Il linguaggio. Colto, adeguato, ma non troppo aulico o effimero, nè inafferrabile.
Demetrio ha tutte queste rare qualità. Su 10 professori che potete incontrare in una Università qualunque, non più di 2 o 3 le hanno.
Il secondo elemento: non si è fatto cenno ai Blog.
E’ vero: un buon numero di blogger ne tengono uno solo per dare voce al proprio narcisismo o alla propria voglia di interazione sociale sulla rete (il cosiddetto social-networking). Il Blog è però anche spesso uno strumento di riflessione ed espressione meditativa tramite cui una persona qualunque scrive dei suoi pensieri, delle sue paure, delle sue angosce dei suoi disappunti. In breve, di sè.
Si può affermare che il Blog è la versione dei nostri tempi - e caratterizzata dal nostro stato dell’arte tecnologico - del “diario” o “quadernetto” di riflessioni e/o meditazioni dell’intellettuale di uno, due o più secoli fa.
Sulla carta - e sulla base delle considerazioni esposte da Demetrio - il Blog è compatibile al 90% con la scrittura meditativa “tradizionale”, da lui esposta e promossa.
Vediamo perchè.
Come la scrittura personale, meditativa o autobiografica, il Blog e il suo mondo (la cosiddetta Blogosfera) sono avversati, contestati e sviliti, quando non del tutto ignorati, da buona parte degli scrittori e dei giornalisti. Se non lo sono da parte di qualche editore che ha pubblicato di recente scritti tratti da Blog, sono mal visti comunque anche dagli psicoanalisti, come sostiene Demetrio per la auto-scrittura.
Ma c’è di più. Spesso il Blog racconta e riferisce di frustrazioni, di scontento, generale o emotivo. E’ quella che il professore di Milano chiama “creatività dello scontento”. Che ha riscontri nei lettori della rete grazie a quel particolare fenomeno di interazione istintivo-neuronale, tipico degli umani e dei grandi primati, per cui si dimostra un interesse, un’empatia, per i disagi altrui e molto meno per le loro gioie e felicità.
E’ anche spesso uno stratagemma, come Demetrio chiama la scrittura meditativa, che ci consente di separarci da noi stessi, di astrarci, quasi, dalla nostra mente per scrivere e vederci e anche leggerci come attori. In un processo catartico di separazione da sè che è un salubre distacco.
Tuttavia la differenza grossa, forse l’unica differenza, tra la scrittura meditativa di Demetrio ed il Blog è di sicuro la condivisione che il blogger fa dei suoi pensieri e delle sue riflessioni.
Il Blog è in rete, come tutti sanno. E’ condiviso, è pubblico seppure non universale (perchè alla rete accede, alla fine, non chiunque sappia leggere, come con un libro od uno scritto, ma chi nè è utente). Di più, il Blog è un mezzo il cui autore più facilmente riesce a “mettere nelle mani” di altri e a condividere, non dovendo far altro che inviare - spesso celatamente, sempre a distanza – i propri scritti in un luogo esterno a sè e alla sua dimora.
Inviare un post al proprio Blog, infatti, è diverso che dire a qualcuno: “Ecco, guarda, qui c’è il mio diario...se vuoi leggerlo..” Si tratta di una proposta meno forzata, meno impegnativa, meno imbarazzante. Soprattutto per i più timidi. Chi scrive, non vede in faccia chi legge. Chi legge, non vede in faccia chi scrive. Spesso, anzi, non lo conoscerà mai, neppure dopo un “carteggio” via e-mail. E anche se poi lo commenterà, chi riceve il commento resta dietro il proprio monitor, al sicuro, protetto.
Rispetto alla scrittura come meditazione, quindi, che Demetrio introduce a noi come “scrittura non pubblicata” – per motivi personali come per motivi di rifiuto, come si diceva, da parte di potenziali editori – il Blog è invece la pubblicazione automatica del nostro meditare.
E dato che, comunque, il percorso creativo individuabile dietro l’uno, come dietro l’altro tipo di scrittura è assolutamente identico, così come lo è l’epifania dell’atto stesso, credo sarebbe stato interessantissimo sentire l’opinione e l’analisi del prof. Demetrio su questo fenomeno sociale ed espressivo che si sta allargando a macchia d’olio su Internet.
Peccato. La prossima volta, forse, con più tempo.
In particolare trovo intrigante, ma non posso partecipare per raggiunti e superati limiti di età, la Caccia al tesoro on-line.
"Il gioco si sviluppa in tre serate - 15, 16 e 17 settembre 2006, dalle 21.00 alle 23.00 - durante le quali i giocatori devono superare una serie di domande cercando le risposte sulla rete. Ogni risposta esatta consente l'accesso alla domanda successiva. Vince chi risponde al maggior numero di domande nel minor tempo possibile. È previsto un meccanismo di aiuti e suggerimenti che permette anche ai meno esperti di avanzare nel gioco.
Disumano è un'occasione di svago intelligente tra le molte iniziative del festivalfilosofia. Ricordate che solo se riuscirete a mettere in gioco un grande carica di UMANITÀ potrete vincere un viaggio nei luoghi più belli del mondo."
P.S. Che sia riservato ai soli under 35 perchè si assume che, oltre tale età, la carica di umanità residua sia comunque insufficiente?
Adonis, al secolo Ali Ahamd Said, classe 1930, considerato a torto o ragione il caposcuola dei nuovi poeti arabi (vorremmo averne riprova, ma - ahinoi - recita solo in lingua madre), giunge appositamente da Parigi visibilmente trafelato, i capelli arruffati ma il tono della voce sempre composto, seppur l'intonazione tradisca un'inflessione non propriamente da Sorbona.
Prima di regalarci le emozioni dei suoni della lingua araba in uno dei suoi componimenti (davvero molto belli, immaginiamo), c'è anche tempo per un simpatico siparietto in cui l'interprete fraintende il francese del sig. Adonis e finisce per tradurre con un improbabile "ringrazio la donna" quello che - sorpresa! - era proprio un complimento (evidentemente, immeritato) a lei medesima.
La sagra delle banalità forse inizia con la poesia, ma il pubblico italiano vi si sintonizza solo qualche minuto più tardi, quando il poeta della "Memoria del vento" si inerpica su per argomenti evidentemente più grandi di lui. "L'amore non si può definire" ci illumina, per poi concludere tout-court "ma d'altronde gli esseri umani non sono fatti per avere risposte, bensì per porsi domande". Applausi. Bah, a me sembra d'averla già sentita altrove.
Ma è sullo scontro di civiltà che il poeta dà il meglio. "Lo shock - voleva dire scontro, andiamo a spanne - della civiltà è un pretesto per un nuovo imperialismo" inaugura con slancio ideologico. "I creatori parlano una lingua internazionale, e sono gli unici a non soffrire lo scontro di civiltà" capiamo poi dal suo francese, giacchè la traduzione è un raro caso di "brutta e infedele".
"Oriente e Occidente sono invenzioni del capitalismo" sentenzia pensando di essere giunto a chissà quale sintesi davvero 'creativa'. "Dobbiamo superare questa divisione", è il suo diktat minaccioso. "Perchè la creazione è verticale, passa ogni tempo, è eterna", continua riferendosi a chissà quale idea platonica. "E la poesia, persino la creazione in generale, sono un luogo, un laboratorio di trasformazione della lingua". E allora? "Quindi anche la vita può essere una poesia". Sbigottimento.
C'è anche una parte ironica, suo malgrado. "Io farò autocritica