Di norma, nei labirinti, per arrivare di sicuro alla fine (ammesso che uno ne abbia voglia ) occorre seguire la regola del "girare sempre a destra" (o a sinistra) ogni volta che si incontra un bivio: è chiaro che attuando tale scelta non si farà mai lo stesso percorso due volte e quindi siamo certi di uscire, anche se non si sa quando.
E’ di sicuro una scelta vita determinata ad affrontare al meglio le vicissitudini del futuro, una vita piatta ma sicura: scelte ragionate e ottimizzate al risultato di "uscire sicuramente" -- come se ci fosse il rischio del girare in eterno per il labirinto, come se ci fosse il rischio dell’immortalità!
A volte si ha l’impressione di conoscere già la risposta: insomma è meno faticoso.


La storia del cinema è ricca di remake scadenti, fracassoni e poco interessanti rispetto alla pellicola originale: salvo poche eccezioni (e.g The Thomas Crown Affair di McTiernan) riprendere la sceneggiatura di un vecchio film non si traduce quasi mai in un’operazione convincente.
Ma quando a dirigere è Martin Scorsese e quando la base è uno dei migliori polizieschi di sempre (pur nella intrinseca inaccessibilità della recitazione orientale), il capolavoro è assicurato.
L’idea di partenza è geniale. Due infiltrati, un poliziotto inserito nelle schiere di un boss della malavita e un criminale infiltrato dal boss stesso nella polizia di Boston. L’uno a caccia dell’identità dell’altro.
The Departed è teso, veloce, duro e di una forza visiva straordinaria. Intenso e quasi perfetto, se è vero, come si dice, che sarà l’ultimo film sulla malavita che Scorsese avrà girato, è il caso di dire che il regista italoamericano ha chiuso in bellezza con il tema. Del film di Hong Kong nulla si spreca, anzi: un paio di scene sono girate pari pari quasi con gli stessi tempi, le stesse inquadrature. Ma è Scorsese a plasmare la materia a suo modo e con i suoi dialoghi, i suoi personaggi, tutti straordinari, dal Frank Costello di un immenso Jack Nicholson, all’infiltrato ormai a pezzi Leonardo Di Caprio.
Alla fine nulla è più lo stesso: le identità falsate e violate sono la fine di una parabola di spersonalizzazione quasi collettiva, in cui ciò che si è e ciò che si è costretti ad essere o ad interpretare, non solo si confonde, ma addirittura diventa incompatibile con il ritorno alla normalità.
Da non perdere.
Invece, vogliamo guardare oltre, e trovare dei motivi per sorridere ugualmente. Magari con un lifting facciale, perché “felicità” è l’idillio cantato dai Romina e Albano (prima che arrivasse la Lecciso, s’intende), e con i tempi che passano oggi da queste parti le sensazioni sono ben altre.
Ma ragioniamo.
Tutti parlano dell’informazione online come del futuro, della carta stampata che scomparirà e di Google come l’unica fonte possibile. La realtà, è ben altra cosa, almeno a Spezia. La verità è che nella nostra città solo il 12% delle persone si collega regolarmente ad Internet, e che molti non sanno neanche come fare ad accendere un modem, o come si scarica un file. C’è confusione poi sul concetto stesso di informazione. Internet dà a tutti i mezzi di produzione in mano: per fare informazione, basta mettere su un blog preconfezionato e scrivere, ed eccoti lì, pronto a diventare freelance di te stesso. Poche sono le testate regolarmente registrate ai tribunali, le altre semplicemente collezionano, sfornano e buttano lì, sulla pubblica piazza, esponendo allora al pubblico ludibrio, talvolta senza verificare, talvolta approfondendo.
L’informazione passa nei meati, svicola, non riesci a starle dietro; se ti cerchi su Google ti vengono fuori risultati di te quando avevi 5 anni, informazioni che vorresti cancellare, ed invece tutto è memorizzato, stoccato nei giganteschi database, tutto, anche le fonti non autorizzate.
Blog e forum acquisiscono pari dignità ontologica dei siti canonici: la gente si fa un’idea tanto lì quanto sulla versione online del New York Times delle cose che accadono. La controinformazione diventa informazione tout-court, chiusa lì (e non sempre è un bene).
Con buona pace del giornalista per come lo conoscevamo: lui, che con una gavetta pluriennale e sforzi disumani (perché è uno sporco mestiere, ma qualcuno deve pur farlo) pensava di essere giunto all’auctoritas, e si immaginava – lui solo – veicolo unico di tutte le informazioni possibili, si è visto superare, oltrepassare. Internet è il bene, ma anche il male: fa chiudere i negozi di musica, anche i migliori, fa perdere posti di lavoro; ne inventa altri. Chi ha la lungimiranza di capire che il vento sta cambiando, cambia anch’esso. Altrimenti, si intestardisce ad irretire su schemi stantii il nuovo che avanza. E’ un’operazione che fa un po’ pena, vista da fuori, ma è fisiologica, e ci si casca un po’ tutti, in fondo.
Ad ogni modo, questa pienezza di contenuti, in realtà, è solo apparente: un recente studio del “New Zealand Listener” ci informa che già nel 2001 il 68% delle informazioni comparse online provenissero da dispacci d’agenzia. Questa percentuale è salita all’85% nel 2006: roba da far venire i brividi. Le fonti, ci pare dire questo sondaggio, sono univoche, e l’informazione non è che un passaparola, un copia-incolla fine a se stesso, privo di ogni qualità.
Quello che può far alzare il livello dell’informazione (o farlo terribilmente degradare) è il barometro-utente: dando a questa variabile impazzita la possibilità di interagire si può ottenere davvero il valore aggiunto ad una piattezza che livella, sì, ma verso il basso. O si può cadere nella più insulsa beceraggine. Questione di punti di vista, e di attitudini personali.
E’ l’utente, comunque, il patrimonio da valorizzare: e sono gli utenti che possono innalzarsi senza il minimo sforzo (semplicemente: partecipando) a ruolo di portatori di informazione. Il problema, qui, è che il web 2.0 è collaborativo solo a livello puramente teorico: studi dimostrano che il 50% dei contenuti di Wikipedia proviene dallo 0,7% degli utenti, il 72% dall’1,7%. Anche qui, roba da far cadere tutta l’impalcatura di congetture di entusiasti ed ottimisti. Ma è proprio questa minoranza, allora, che può diventare immensamente influente, opinion leader, trainante.
A chi riesce ad emergere dalla mediocrità per doti di coerenza, costanza ed intelligenza, si aprono le porte della “celebrità”: non è certo solo una coincidenza che il caso letterario del momento in Italia sia tal “Pulsatilla”, ovvero l’autrice di uno dei blog più letti della Blogosfera. Sembrerebbe la vittoria della più schietta meritocrazia, no? Capisco che possa sconvolgere.
Tanto che Google ha dovuto piegare il capo al regime cinese, censurando nella versione in pinyin qualsiasi sito che faccia riferimento a Falun Gong o ai fatti di piazza Tienanmen. Ma, per restare su cose a noi più vicine, basti pensare alle richieste (talvolta non proprio educate) quotidiane che riceviamo di levare discussioni dal nostro forum (che – non finiremo mai di sottolinearlo - non ha alcun rapporto con la nostra testata, se non per la “sfortuna” di coabitare nella stessa piattaforma, ma ben distinta), cosa che così tanto infastidisce (giustamente) la nostra community, ma che la accomuna – ahinoi – a tante altre.
Eppure, la nostra idea iniziale non è sostanzialmente mutata: ci ostiniamo a credere che il nostro modello di “informazione partecipata” sia quello vincente, anche se ad oggi siamo senza un direttore responsabile, e abbiamo capito che dire la verità, sempre, non si può. A chi avrà voglia di starci a sentire, la racconteremo un po’ per volta, distillata in capsule da dilazionare e nascondere sotto la lingua. Giacché il tempo cancella tutto, e alla fine non rimangono che i sentimenti, più che la memoria, a guidare le azioni.tratto da: www.spezialmente.it
E' l'ultimo nato, tra i servizi "web 2.0" che permettono di ritagliarsi su misura una programmazione musicale attinente ai propri gusti. Si chiama ILike (mi piace) e, come già Pandora, Last.fm, Rhapsody, Finetune e altri (Itunes su tutti), permette di creare e scoprire intere scalette musicali (o multimedia) su misura per i propri gusti.
l'Ab Techno Blog approfondisce qui, su Pandora, una delle piattaforme di maggior successo.
ILike in particolare richiede ITunes di Apple.
L'idea in sè può sembrare banale, ad alcuni. In realtà questo tipo di Radio "custom" stanno piano piano soppiantando quelle tradizionali e troppo generalistiche via etere, concedendo incredibile spazio e libertà alla creatività personale degli utenti. Che, nell'ambito della filosofia del social-networking del nuovo Web, sono incentivati anche ad interagire scambiandosi suggerimenti e preferenze. Una tendenza da non sottovalutare, anche dal punto di vista del business, visto che prima o poi, arriveranno i soliti Google o Yahoo a comprarseli.
Zero Gravity. Franco Albini
Triennale di Milano
28 settembre - 26 dicembre 2006
Ignazio Gardella Architetto
Palazzo Ducale, Genova
24 novembre 2006 - 30 gennaio 2007
Carlo Mollino Architetto
Archivio di Stato, Torino
13 ottobre 2006 - 7 gennaio 2007
Costruire le modernità
Zero Gravity, Franco Albini Architetto (Triennale di Milano dal 28 settembre al 26 dicembre 2006); Ignazio Gardella Architetto (Palazzo Ducale di Genova, dal 24 Novembre al 30 gennaio 2007); Carlo Mollino Architetto (Archivio di Stato di Torino, dal 12 ottobre 2006 al 7 gennaio 2007).
Tre grandi mostre dedicate a Franco Albini, Ignazio Gardella, e Carlo Mollino saranno ospitate contemporaneamente in tre prestigiose sedi delle città industriali che hanno maggiormente favorito lo sviluppo dell'architettura moderna italiana.
Nate dalla collaborazione tra il DARC, La Triennale di Milano, Politecnico di Milano, Politecnico di Torino e Università degli Studi di Genova , le mostre sono curate da comitati scientifici di studiosi italiani e stranieri e coordinate da Federico Bucci e Fulvio Irace (Milano), Marco Casamonti e Rafael Moneo (Genova), Michela Comba, Carlo Olmo e Sergio Pace (Torino) in modo da formare un unico evento di livello internazionale che, anche grazie ad una serie di attività collaterali, sarà in grado di approfondire il contributo delle poetiche architettonico dei singoli autori. Itinerari per gruppi e informazioni per la visita alle opere di architettura sono presenti sull'apposito sito www.costruirelemodernita.it
Ciascuna mostra, inoltre, è caratterizzata da un dialogo a distanza tra generazioni: Renzo Piano con Franco Origoni curerà gli allestimenti della mostra su Franco Albini, Franz Prati su Ignazio Gardella e Alessandro Colombo (Studio Cerri & Associati) lo farà per Carlo Mollino.
Il progetto grafico di Costruire le Modernità è di Pierluigi Cerri, i cataloghi sono editi da Electa, la comunicazione è curata dai singoli uffici stampa e da ACMA Communication.

L’annuncio viene diffuso nel 2000 a L'Havana e dice “offresi compenso a chi si farà tatuare in modo permanente una linea sulla schiena. Si cercano tante persone quante ne occorrono per disegnare una linea di 250 cm”.
Niente è più inutile di una linea. Niente è più stravagante che essere un corpo salariato per l’inutilità.
E’ il 2001 quando a Venezia compare un altro annuncio che recita “Cercasi 133 ambulanti abusivi per tintura bionda. Compenso 120.000 lire”.
Avete mai pensato, con i vostri mezzi economici, quante cose sarebbe possibile fare con “il corpo degli altri”?
Questo, e molto altro, è il lavoro sulle dinamiche salariali di Santiago Sierra.
L’alienazione [Arte?] contemporanea è ben rappresentata dal lavoro di Serra che, a prima vista attrae poco lo sguardo, ma poi leggendo le didascalie delle sue installazioni si percepisce al volo come ci si trovi d'innanzi a persone che l’artista ha pagato perché "subissero" la sua Arte. Con i soldi si può tutto, sembra volerci dire Serra.

Chi decide quando l’arte è Arte? Quando la Creatività è Genio?
Come si capisce quando ci troviamo davanti ad un capolavoro?
C’è qualcosa che non va nei vostri sensi se non vi è piaciuto Quarto Potere? O Blade Runner? Qualcosa non funziona nei vostri occhi se non avete un brivido di fronte al Giardino di Giverny? Le vostre orecchie hanno qualche problema se non riuscite ad apprezzare The Dark Side of the Moon o Breakfast in America?
E’ possibile.
Oppure no?
“La Grande Arte non è mai popolare” affermava Ezra Pound. “La Gioconda è la Gioconda, anche quando al Louvre si spengono le luci,” diceva Cartier-Bresson.
E logicamente, il ragionamento non fa una piega. Se cento fotografie della Gioconda ritraggono esattamente lo stesso quadro, gli stessi colori, le stesse linee, per dirla con un logico duro e puro come Sant’Agostino, la bellezza non può essere nell’occhio di chi guarda.
E tuttavia il dibattito tra chi sostiene che l’Arte è Arte in sè e per sè e coloro che affermano con convinzione che tutto è soggettivo, infuria da tempo. Da quando esiste la Critica d’arte, si direbbe.
Nessuno si sogna di porre in discussione la Divina Commedia, del resto. O i Prigioni di Michelangelo. O la Nona Sinfonia di Beethoven. E allora perchè la Pop Art sì. O le fotografie di Helmut Newton? O Pollock? O Sunset Boulevard?
Da quanto tempo occorre che un capolavoro sia riconosciuto come tale, da quanti critici e da quanti pubblici deve essere acclamato, prima che sia “sdoganato” all’Arte con l’A maiuscola?
Arte assoluta, arte popolare, arte “classica”.
Chi pone i confini? Chi stabilisce cosa esporre e dove? E come? Perchè un taglio in una tela è un’opera di genio e un aereo che somiglia nel design ad un uccello aggraziato non può esserlo, mentre, ancora, un’auto è esposta in un Museo di New York, insieme con un telefono, con una radio a transistor?
Il tema fa venire i brividi a molti. Ed incrina sicurezze personali, strappando esclamazioni sconcertate: “Non si vorrà mica paragonare un Leonardo ad un LP dei Beatles, no?!?!”
Non direttamente. Ma è pur vero che la sensibilità con cui cogliamo la “perfezione” dell’uno e dell’altro è la stessa. Noi uomini non abbiamo dozzine di sensibilità diverse, non possediamo decine di “gusti”.
Il gusto è uno.
E’ facilmente dimostrabile che all’arte si può venire educati. Che è possibile imparare, e raffinare i propri gusti. Crescere. A 15 anni possono piazzarci davanti alla Pietà Rondanini o ad una sedia tra le tante esposte al MoMA e possiamo non vederci altro che una statua e un paio di chili di materiale plastico, rispettivamente. Ci ripassiamo davanti a 30 e siamo invece in grado di vedere, di capire, di apprezzare. Mentre a 35, un Fontana resta magari per noi un semplice taglio nella tela.
E’ però altrettanto dimostrabile che se accompagnamo un Aborigeno al Louvre – per prendere ad esempio una Cultura ed una Storia davvero diverse dalla nostra – egli rimarrà freddo davanti ad alcune opere ed incantato davanti ad altre.
E allora? Come stanno le cose, in realtà? E’ davvero tutto soggettivo?
E’ vero: è l’uomo che coglie la bellezza, l’originalità, il genio. Ma è pur vero anche che le Piramidi esistono di per sè. Come la Gioconda, come le Marilyn di Warhol, come la Venere di Botticelli.
p.s.: per chi non lo ricordasse, Erminia, è la moglie e compagna di sventure di Alberto Sordi nell'episodio "Le Vacanze Intelligenti" (Dove vai in vacanza?, 1976). In un viaggio che culmina con la visita alla Biennale di Venezia, alle fine, Erminia, esausta, si siede sulla prima sedia che trova. Che chiaramente non è una sedia bensì un'opera d'arte e in quanto tale non può essere usata per riposarsi. La Biennale cui si riferiva il film era quella del 1976 curata, by the way, da Celant.
Berlusconi furioso. Durissimo il commento pronunciato da Silvio Berlusconi qualche minuto prima della deliberazione del governo. "Non ci credo - ha detto l'ex premier parlando a Campobasso per la campagna elettorale regionale - sarebbe un atto di banditismo e non sarebbe più una democrazia quel Paese in cui una parte politica andasse al governo e intendesse colpire l'avversario attraverso le sue aziende e le sue proprietà private. Non ci credo". "
O forse non sarebbe più una democrazia quel paese in cui qualcuno pretendesse di governare "attraverso, a vantaggio, nonostante" le sue proprietà private. :)

Se avevate deciso di scartare Miami Vice perché non eravate stati fan della serie TV, non preoccupatevi.
Se avevate deciso di scartarlo perché avete visto la locandina con i due duri sulla Ferrari 430, non preoccupatevi. Siete in buona compagnia.
Almeno finchè non leggete che è un film di Michael Mann.
Il Miami Vice di Mann ha solo tre elementi che ricordano la serie TV: i nomi dei due protagonisti e la città di Miami come sfondo. Per tutto il resto, ha la fotografia sgranata di Mann, la freddezza, l’asciuttezza e l’iperrealismo cinematico di Mann e un trio di attori davvero notevoli, tra Foxx, Farrell e Gong Li.
E la regia e la sceneggiatura di Mann. Senza clcihè, senza sbavature, senza retorica.
L’indagine di Sonny e Rico, ossessiva quanto quella di Will Graham in Manhunter, è lucida, inarrestabile e violenta tanto quanto la sceneggiatura solida e a tutto tondo dello stesso Mann. Tra velocità e tecnologia state-of-the-art, da una parte e dall’altra del bene e del male, il poliziesco si mescola all’introspezione e all’approfondimento dei personaggi, com’era già stato in Heat e in Collateral.
Film d’azione? No, mi spiace. Arma Letale è un film d’azione. Questo è proprio un film di Mann.

Tiene ogni anno una festa per il suo compleanno, la si potrebbe dire “festa esclusiva”: infatti, al suo trentesimo compleanno gli invitati sono 30, al trentunesimo 31…
A ciascuno dei convenuti chiede di portare anche una persona che lei non conosce affatto “per iniziare a creare il futuro festeggiando il passato”.
Gli ospiti si presentano con regali, biglietti e bottiglie di spumante, com’è giusto che sia in una qualsivoglia simile occasione.
Questi oggetti vengono sistemati in una vetrinetta da farmacista (contengono pur sempre una cura, no?), come feticci ordinati, anno dopo anno, a ricordarle che qualcuno la ama.
Al suo 40esimo compleanno, nel 1993, lei capisce che è giunto il momento di superare questa ossessiva insicurezza.
In questa piccola consapevolezza risiede lo scarto che trasforma la vita in arte.
Le quindici vetrinette vengono infatti presentate al pubblico.
The Birthday Ceremony è un’installazione realizzata dall’artista francese Sophie Calle.
Quest’ anno Settembre Musica ha mantenuto le promesse di appuntamento musicale poliedrico che spazia dal repertorio classico alla musica giovane ed etnica: abbiamo ascoltato jazz e classica, musica etnica e brasiliana, cantautori italiani.
Appuntamenti di cui hanno parlato quotidiani e riviste specializzate. Alcuni sono stati davvero un evento come le performance dei grandi maestri Muti e Abbado.
Sotto il profilo delle nuove idee, anche se volutamente provocatorio, da segnalare il pianista jazz Stefano Bollani, che di norma sorprende il suo pubblico con esibizioni tra l’impegnato e il gigionesco; stavolta ci ha regalato un concertone di sei ore ( pomeriggio e sera) esibendosi con sua moglie Petra Magoni in repertorio pop, con un trio jazz danese, con Salis alla fisarmonica ha ripreso gli standard italiani, con un sestetto sperimentale ha rifatto la storia del jazz dal New Orleans al Free.
Il Jazz è un ombrello che ospita generi diversi: dal Pop sofisticato agli standard, dal Be-bop al Tango, dal Country all’Etnico: tutto quanto fa Jazz, appunto.
Altra serata epica con musiche di Shostakovich eseguite dalla Filarmonica 900 del Teatro Regio composta da più di cento orchestrali che ha eseguito una suite da un balletto e una jazz suite; originale una gustosa riscrittura di Tea for Two fatta nel 1928 dal grande maestro che, in piena Russia staliniana, si divertì a rifare il tema di un musical americano dell’epoca sfruttando timbri e ritmi propri della storia russa: le avanguardie europee del primo novecento erano attente alla originalità creativa americana.
Infine da segnalare una serata impressionista tra Debussy e Ravel accompagnata dalle poesie di Mallarmè recitate da Ugo Pagliai che ci ha trasportato nel decadentismo di inizio 900 tra pittura, poesia e musica.
Una programmazione intensa diffusa nelle numerose sale dal Lingotto al Conservatorio dal teatro Colosseo all’Auditorium Rai e al Teatro Nuovo con code ordinate e veloci e prezzi abbordabili anche a chi ha voglia di uscire tutte le sere (talvolta gratis).
Adesso tocca a Ottobre e Novembre dedicati a libri e conferenze sul Linguaggio dei Segni.
Siamo ansiosi di ascoltare un grande economista come Joseph Stiglitz e il filosofo Peter Singer che parleranno di etica e globalizzazione, e perché no sentire i grandi vecchi che diranno la loro sul De Senectute di Norberto Bobbio: sono attesi Scalfari, la Montalcini e la Hack.
Altri argomenti caldi saranno presentati sono l’evoluzione della parola, dall’ipertesto ai videogiochi fino alla biblioteca digitale.
Torino sempre seria e rigorosa continua la serie fortunata di eventi dopo le Olimpiadi di quest’inverno ed il campionato di scherma appena finito: le schermaglie verbali non mancheranno

Chiara Sgobba & Roberto Marsella ci inviano una loro personale visione del Colore.
Si fa sangue e pelle, sasso e carne,
il Colore è capace di sostituire l’oro
e il suo splendore e di fertilizzare come il guano.
Avvolge,
scorre,
striscia,
palpita,
cola e vola.
E’ consacrante e dissacrante,
sporca o ripulisce.
Non abita un corpo ma possiede tutti i corpi.
Si attacca, come una malattia infettiva;
il Colore può diventare un vizio,
crea dipendenza;
come tutte le potenze invade,
tende all’espansione finché non trova limiti.
Mostra superstizioni,
si beffa delle mode,
parla di culture:
cappuccetto rosso,
la fata turchina e il principe azzurro,
il coniglio bianco o il gatto nero,
la lettera scarlatta,
la camicia nera e il fiocco rosa.
Può creare confusione:
è una torre di Babele,
ma nello stesso tempo è capace di riunire,
parificare e uguagliare.
Si attacca alle bandiere di ogni credo,
veste lutti ed esplode nei
giorni di festa.
Il Colore sta nei capolavori come nei pasticci,
nelle mani dei pittori, degli imbianchini
e pure in quelle degli imbrattatori.
Può stravolgere schemi e canoni provocando
stupore nei bambini,
smorfie nei realistici o disillusi,
sorrisi nei sognatori
e risate nei semplici di spirito.
Il dramma, la poesia e la narrazione
mangiano e bevono Colore.
L’arte lo respira.
Spesso dicono di lui
che non ha senso se non ha una forma,
ma intanto lo chiamano cielo, mare e terra
e vedono in lui albe e tramonti.
Il Colore come elemento vivo che attrae e respinge
e che muta natura e uomo tramite un patto antico
ed un legame profondo.
Il Colore che genera o viene generato,
che nutre,
che si appropria dello spazio e della materia,
che prende forma,
che si modella e comunica,
che diventa impressione,
espressione,
emozione;
che mimetizza e si mimetizza,
che si dissolve,
che traspare o si annulla.
Ma il Colore, è anche protagonista di un favoloso saggio di Philip Ball. Consigliatissimo.
Segnalo un set di libri appena usciti, di donne e su donne, e un film che mi auguro di poter vedere presto: Water - Awaragi di Deepa Mehta, candidato all'Oscar dal Canada.
Non avendo ancora visto il film né letto nessuno dei libri segnalati, non aggiungo altro ma mi pare un buon menù.
Avete letto qualcosa di queste autrici?
Visto per caso Fire o Earth di Deepa Mehta?
Magari ce li raccontiamo...
Dopo che l’amico appassionato di jazz che me lo ha dato mi ha guardato e mi ha detto “Che cosa vuoi farci, questo è il Festival...”, non ho potuto fare a meno di pensare che la scritta avrebbe dovuto essere “Banal Encounters”.
La battuta è facile, lo so. E l’inglese è anche storpiato.
Se non altro è destinata a dare un buon motivo a qualcuno, tra Società dei Concerti, Comune della Spezia e Istituzione per i Servizi Culturali, per saltare su e sbraitare qualcosa all’indirizzo del sottoscritto.
Come se non fosse già successo...
In un articolo scritto per la Gazzetta della Spezia e Provincia, la scorsa primavera, “chiedevo conto” del destino del Festival Jazz. Almeno sul medio lungo periodo.
La semplice tesi da me sostenuta era che, spostandolo dalla collocazione estiva a quella tardo-autunnale - in cui non ci sono in giro per l’Europa che pochissimi musicisti, a differenza appunto di Luglio ed Agosto – la qualità del Festival stesso non avrebbe potuto che risentirne. Tanto che sarebbe stato impossibile, proprio come lo fu nel 2005, realizzarne un’edizione che potesse stare allo stesso livello non solo della tradizione della rassegna stessa, ma anche di quelle viste fino al 2004.
Fui smentito – a dire il vero senza molto stile nè cortesia, ma con molta aria fritta – da un sedicente addetto ed esperto in materia, ma sapevo che sarebbe stata solo questione di tempo prima che i nodi venissero al pettine. Mi bastava aspettare il programma.
Sì, perchè, da appassionato e conoscitore del Jazz (probabilmente più del sedicente “esperto” di cui sopra) posso afermare tranquillamente che questa 38’ edizione si annuncia come una delle meno interessanti mai viste. Per farla breve - e senza nulla togliere al valore artistico dei singoli musicisti che vado a citare – riportare a La Spezia Cafiso, Bosso e Rava significa riproporre il solito vistoerivisto.
L’unico appuntamento degno di nota, quello con Kenny Barron e Dado Moroni, due pianisti che definirei straordinari.
Ora, le domande sono:
- Si poteva fare di meglio? Hanno lavorato male coloro che hanno lavorato ai nomi da portare sul palco del Teatro Civico?
No, certo che no. Sicuramente hanno fatto del loro meglio, visto il periodo dell’anno. Non ho dubbi su questo.
- Si poteva metterli in condizione di fare di meglio?
Sì, certo che sì. Sarebbe bastato non spostare il Festival dalla sua tradizionale collocazione estiva, per poter contare sul passaggio di una folta schiera di artisti che girano l’Italia e l’Europa nei mesi caldi, tra un festival e l’altro. Come si è sempre fatto. In 36 anni.
Immagino già che gli “addetti” e gli “esperti” addurranno le solite scuse: la concorrenza di altre date, di altri eventi, la mancanza di fondi...
Mi basterebbe poco per aprire la polemica. Mi basterebbe dirvi, parlate con chi ha seguito le date del Popeye Festival la scorsa estate. Chiedetegli quanto è stato contento e soddisfatto, ad esempio, del costosissimo Lou Reed.
Ma il punto è un altro. Il punto è che, quando da 36 anni hai in mano una formula vincente, se sei davvero bravo ed esperto, non la cambi radicalmente ed improvvisamente.

Per noi, voi, loro con un libro in punta di penna o nel cassetto.

Amore, potere, crimine, delitto, riscatto.
Brian De Palma (ri)legge James Ellroy, il principe degli scrittori noir d’America, in un’America datata 1947 che lo schermo restituisce virata ora al seppia, ora all’oro, ora al rosso del sangue mostrato in tutta la sua esplicita brillantezza.
Ma se la pagina di Ellroy è pervasa da una martellante accelerazione verso l’azione e la violenza, il fotogramma di De Palma è più orientato ai ralenty che hanno reso celebre il suo modo di girare. Se i protagonisti del romanzo sono lividi e grezzi, a contorni ruvidi e forti, quelli del film sembrano più patinati, nell’abito e nel dialogo, tanto da scadere, spesso, nel fumettone vintage post-bellico.
E' questo il vero vincitore di Venezia 2006? Siamo poco curiosi di vedere il resto, allora.
La sceneggiatura non risparmia colpi di scena ed azione ma, da una buona partenza, sembra poi incespicare nel farraginoso narrare una storia torbida e a tratti confusa. La prima mezz’ora è Cinema di alto livello; poi il ritmo si siede, quando non si disperde. Funzionano Hartnett e Eckhart, come pure la Swank - pur nell’improbabile ritratto di una ossuta dark-lady - ma la Johansson pare prelevata direttamente da Match Point di Allen e la sua figura di “femme fatale” duro lo spazio di poche sequenze.
The Black Dahlia spreca più di quanto non realizzi e, in confronto ad altri De Palma (The Untouchables, Dressed to Kill e Femme Fatale), delude ed addormenta anche un po’. Ed è un peccato, perché questo è uno dei pochi registi davvero personali ancora in circolazione e la sua impronta si riconosce tra i mille videoclipper che oggi affollano Hollywood.
Torbido.
6/10
Date così per scontato in tutti i paesi civili o pseudo tali che il numero di votanti raggiunge percentuali ridicole...ci sono posti, tuttavia, dove sono una conquista, ed una conquista mai fatta in via definitiva, mai una per per tutte, una conquista da ripetere, da ripetere, da ripetere...una lotta che non finisce.
Forse noi abbiamo dimenticato, e per questo tutte le elezioni che ci sono nel mondo non hanno sui nostri giornali e media uno spazio piccolo come una caramella (una tic tac, direi).
Si è parlato poco di Lula in Brasile, della sua quasi sconfitta e di un cambiamento semi epocale.
Non si è parlato quasi nulla, mi sembra, della Bosnia, con tutte le cose che ci sarebbero state da dire.
E poi altre, tante altre che meriterebbero almeno un po' della nostra attenzione (ma qualche volta ci sfugge il popolo, figuriamoci le elezioni).
Per tutte le rivoluzioni silenziose che sono tessute nel mondo, con fili sottili, con il coraggio di chi vota, nonostante la paura, nonostante tutto.
Per tutti i silenziosi soprusi, le intimidazioni, le prevaricazioni.
Per tutti i popoli abbandonati e dimenticati.
E soprattutto, a mio avviso, per chi continua a combattere senza fare guerre.

E' forse un Andy Warhol inaspettato quello che Roma ci presenta in questi giorni. Un Warhol che scopriamo esser stato praticante, oltre che credente. E attento ai grandi maestri del Divino.
La mostra ha per titolo "Pentiti e non peccare più!" ed è curata da Gianni Mercurio. Racconta l’attenzione per i maestri rinascimentali, come Leonardo da Vinci, Raffaello, Botticelli, punto di partenza per ritrovare il senso del divino, dell’eterno e della religione tanto presenti anche nella vita privata dell’artista.
Vi si scopre, come dicevamo, un Andy Warhol cattolico praticante, profondo conoscitore delle icone sacre e dei temi cristiani ortodossi, riconoscibili anche nei famosi ritratti di personaggi famosi, quali Marilyn Monroe, Marlon Brando, Jackie Kennedy, che mostrano come l’artista mescolasse la modernità con i temi tradizionali cattolici.
L'esposizione si compone di circa 80 opere su tela, per lo più di grande formato, fotografie e video provenienti dagli archivi del Warhol Museum, approfondisce un aspetto poco conosciuto dell’arte di Warhol: il suo legame con la spiritualità e la religione. Ridefinisce così la complessità umana dell’artista, il quale affronta con il suo lavoro il difficile rapporto che lega vita e morte.
Fino al 07 gennaio 2007.
Uno dei pochi jazzisti ad essere sopravissuti alla “epurazione Warner” di un paio d’anni orsono, Garrett è anche il sassofonista più interessante oggi sulla scena.
Questo progetto di riproposizione di stili e temi alla Coltrane e alla McCoy Tyner – il cd, intenzionalmente, avrebbe dovuto vedere lo stesso Tyner al posto del pur ottimo Mulgrew Miller – non raggiunge forse appieno le ambizioni espresse, ma affascina comunque con una sequenza di pezzi in crescendo, da “Tsunami Song” alla finale “May Peace Be Upon Them”.
Formazione ricca, con Brian Blade alla batteria e Pharoah Sanders al sax tenore e una concreta voglia di osare - come l'aveva lo stesso Coltrane - fanno il punto.
Si suona sul serio, qui, con estro e anche una buona dose di ispirazione.
Solido.
---> KENNY GARRETT
Beyond The Wall
Nonesuch/Wea
7/10

