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Inutile dirlo, quando si è bravi si è bravi, period.
In questo senso, possiamo affermare con una certa tranquillità che abbiamo fatto scuola.
Guardate qui cosa hanno messo in piedi a Firenze:

Categoria: Arte ed eventi

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E' un crescendo di tensione, di storie (tre) che via via si complicano, si intrecciano e, in ultimo, alcune, vanno a soluzione. Un gran film dove il denaro, quindi il potere, fa la differenza, sia a livello individuale sia collettivo. Fa la differenza, quando e dove c'è, perché rende possibili le soluzioni più efficaci; ma fa la differenza anche perché contribuisce a complicare la vita di coloro che non lo possiedono. Gli altri.

E allora diventa evidente quanto poco conta la vita di un marocchino rispetto a quella di un americano; quanto importanti siano le relazioni e i sentimenti per un americano e quanto poco debbano esserlo per un messicano; quanto essere un messicano o un marocchino sia di per sé un indice di colpevolezza mentre essere europeo o americano etichetti di rispettabilità.

Noi alle prese con le nostre nevrosi e i nostri disagi, il nostro mestiere di vivere, loro con il duro lavoro di sopravvivere facendosi carico, ovviamente, anche delle nostre nevrosi.

E ancora, ogni volta che andiamo in paesi con usanze diverse quanto bisogno abbiamo di portarci i nostri pezzi di civiltà (diet coke) rifiutando di conoscere e servirci di quelli disponibili in loco molto più efficaci (...).

Un gran film di cui si sentiva il bisogno anche per la sua capacità di evidenziare la nostra attitudine a categorizzare ogni cosa/persona; a pensare e agire per stereotipi omettendo, spesso, di vedere e capire  la realtà. Ma d'altra parte che bisogno abbiamo di capire ciò di cui possiamo disporre a piacere?
Qualcuno paga, per tutti gli altri. Alla faccia dello scontro di civiltà.


Daniela 23/11

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Mentre ti muovi, un po' abbacinato per la molta luce, tra le grandi sale di Palazzo Reale, a Milano, non puoi fare a meno di constatare che da che lo stato ebraico esiste, tra invasioni respinte e perpetrate, tra guerre militari e diplomatiche, tra innumerevoli ed infruttiferi trattati di pace, gli israeliani hanno trovato anche il tempo e le risorse per dar vita ad una stupefacente e prolifica scuola di arte moderna e contemporanea, producendo opere interessantisisme e a volte geniali.
La mostra Israele. Arte e vita 1906 - 2006 racconta Israele attraverso alcune delle opere più significative della sua arte, nata cento anni fa nel 1906 con l'apertura dell'Accademia d'Arte Bezalel a Gerusalemme, voluta per caratterizzare precocemente la cultura del futuro Paese, non ancora nato. È uno dei pochi casi, se non l'unico, in cui l'arte nasce prima dello Stato.
L'arte israeliana è un laboratorio di sintesi fra culture di tutto il mondo, alla continua ricerca di un equilibrio tra l'Occidente e il Medio Oriente. In un secolo di vita l'arte israeliana, oggi apprezzata internazionalmente, pur nella varietà d'ispirazione, ha trovato la propria essenza, dando alle proprie produzioni un'impronta originale e un carattere comune. Racconta i luoghi, la società, la storia politica e religiosa del Paese, dimostrando come le difficoltà possano incrementare la creatività, ma in molti casi rappresenta semplicemente lo sforzo creativo di esprimere le grandi tematiche dell'arte e dell'uomo.

Curatore della mostra è Amnon Barzel, noto storico dell'arte israeliana, già curatore e direttore del celebre Jewish Museum di Berlino e, in Italia, direttore fondatore del Museo Pecci di Prato.

In mostra 150 opere provenienti dai principali musei e collezioni private di Israele, portate in Italia, nonostante la situazione di conflitto bellico, grazie alla tenacia del curatore. Pitture, sculture, installazioni, ma anche fotografie, testimonianze video e documentari storici, si sviluppano lungo un arco cronologico al contrario (si entra in mostra nel 2006, si esce nel 1906) segnato dai principali eventi del Paese, dal punto di vista artistico, storico e sociale, raccontati dal punto di vista israeliano ma senza particolari vene polemiche.
Da non perdere.


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Quartetto d'archi, sax, tromba, Fender Rhodes. E un ottimo bassista, Thorne, dei Lamb. Sospeso tra jazz alla Uri Caine e colonna sonora di uno stanco noir, questa incursione in territori altolocati si rivela un esperimento riuscito, ma solo a metà. Nel senso, letterale, che solo una metà dei pezzi convincono e trasportano, insieme. Tra atmosfere cool e swing e svolte tecniche che mischiano il basso acustico all'elettronica più vivace. Brillano le tese "Moved On" e "The Wrongness Of It", ma già una ballad come "Forgiveness", che forse vorrebbe essere una chicca del disco, grazie alla bella voce di Judy Green, sa troppo di una "Summertime" rivisitata da vicino. Un po' troppo. Riprovarci ancora, grazie: meno pretenziosità e più sostanza potrebbero portare alla maturità.


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Butto lì così questo titolo straordinario, Il cacciatore di Aquiloni.
Un libro che è come un volo di aquilone, delicato, fragile, simbolico.
Lascia addosso il sapore amaro di una guerra mai finita, per noi avvenimento marginale, lontano...difficilmente visibile (naturalmente abbiamo appreso della guerra in Afganistan quando anche "noi" abbiamo cominciato a morirci dentro).
Atmosfere da fantasy e soprattutto personaggi di carne e sangue, Amir e Hassan, Hassan, Amir e le due facce dell'essere umano, ma soprattutto due esseri viventi che portano sulle spalle verità e colpe dal peso reale.
Se dovessi dire di aver letto un bel libro, ultimamente, non avrei dubbi.
Holden Caufield diceva qualcosa come. un bel libro è quello che ti fa venir voglia di conoscere l'autore, alla fine. Per fargli i complimenti, ma soprattutto per chiedergli cosa ne pensa del mondo, ed ascoltare cosa dice e come lo dice.

Francesca 16/11

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Due soldati, due uomini dentro una buca.

La differenza fondamentale tra due soldati e due uomini è che i soldati sparano, gli uomini sanguinano.
Due uomini dentro una buca.

Entrambi sono feriti, entrambi hanno vicino un infermiere. Chi vivrà e chi sta per morire non lo decide l'abilità dell'infermiere in sè, ma solo l'uniforme del soldato, mentre tutto intorno, al buio e in centinaia di altre buche simili, si compie il massacro per la presa di Iwo Jima.
L'uomo con l'uniforme sbagliata muore. L'uniforme sbagliata è quella giapponese, ma in sè e per sè è solo un dettaglio, in fondo.

La potenza evocativa delle immagini di Eastwood però, stavolta, non va oltre queste riflessioni, non porta molto di più che le già note considerazioni sull'inutilità e la futilità della guerra. Di tutte le guerre.
La primavera 1945 raccontata dall'ex-Ispettore Callaghan oscilla tra il sangue che contamina sia la Storia che i monumenti alla Storia e la propaganda che raccoglie i fondi necessari a cambiarne il corso.
I sei eroi della foto di Rosenthal, la cui vicenda il film cerca di raccontare tra mito e realtà, non sono che tre uomini, tre anti-eroi in carne ed ossa, sottratti al malevolo fronte per poter partecipare al teatro mediatico che muove e commuove l'home-front e i più o meno ricchi donatori per la guerra "dei giusti".
Sullo sfondo di un paese quasi alla bancarotta che ha bisogno di una foto simbolo e di eroi di carta come impulso per resistere sino alla vittoria finale, The Flags of our Fathers pone una vicenda un po' confusa, un po' ripetitiva, citando il Soldato Ryan e la Sottile Linea Rossa di Malick, fallendo di essere un capolavoro tra capolavori e riuscendo ad essere un film decisamente mediocre, seppure visivamente molto bello.
Un po' troppo prolisso, un po' troppo scarno nel materiale narrativo. Eastwood ha decisamente girato di meglio. Almeno non c'è retorica inutile e gratuita; ma da Clint, che negli ultimi 12 anni ha messo in fila almeno tre o 4 film magistrali per bellezza e senso, non ci aspettavamo neppure ci fosse.


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Tra gli eventi degni di nota del Festival della Scienza di Genova che si è chiuso 10 giorni fa, uno dei "corollari" più interessanti è stata un'esposizione dedicata a Giovanni Francia.

Tra le motivazioni che hanno spinto il Comitato Nazionale "La storia dell'Energia solare" (Conases), istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, a organizzare a Genova la mostra : "Città solari dal passato al futuro, scoperte scientifiche e sviluppi tecnologici" vi è stato che questa città, negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, fu sede delle pionieristiche imprese "solari" di Giovanni Francia.
Matematico e ingegnere nato a Torino nel 1911, Francia, primo al mondo, progettò e costruì a Sant'Ilario diverse centrali solari capaci di ottenere vapore ad alte temperature (500° e oltre) e di produrre energia elettrica. Archimede dei tempi moderni, Francia realizzò dei campi di specchi che inseguono il sole e ne riflettono la radiazione su un ricevitore lineare o puntuale, e con le sue scoperte richiamò l'attenzione del mondo intero su Genova, che allora fu soprannominata "capitale del solare".
Francia, oltre a dimostrare che era possibile far funzionare macchine e impianti delle società tecnologicamente e industrialmente avanzate con le radiazioni solari, sviluppò insieme a due giovani architetti, l'iraniano Karim Amirfeiz e la genovese Bruna Moresco, il progetto di una città da 100 mila abitanti capace di funzionare esclusivamente grazie  allo sfruttamento di energia solare rinnovabile.

La mostra a Palazzo del Principe, rimasta aperta tutti i giorni del Festival, ha ripercorso la storia delle città dai tempi antichi - quando le città erano progettate per sfruttare al massimo luce e calore e funzionavano soltanto a energia solare rinnovabile-, per arrivare alle città postindustriali di oggi sviluppate in altezza, attraversate da superstrade, circondate da centrali, tralicci, oleodotti e metanodotti, e funzionanti a petrolio.

Un percorso per riflettere se il sogno di Giovanni Francia, una città futura alimentata solo con energia solare rinnovabile (e soprattutto sostenibile!), sia utopia o realtà.
Se si combina l'esperienza millenaria con scienza e tecnologia, senza dubbio, è stato il senso della mostra.
Perché oggi si possono costruire case più efficienti, che consumano molta meno energia, senza ridurre il confort ambientale. Una volta ridotti i consumi, il resto di energia che serve la si può ricavare dall'energia solare, come nel progetto di Francia.

La validità dei concetti alla base degli impianti costruiti da Giovanni Francia resta intatta  ancora oggi tanto che in Australia e in Germania, come raccontava un filmato visibile alla mostra, sono nate imprese che hanno costruito installazioni i cui antenati sono proprio quelli che Francia realizzò nella stazione solare di Sant'Ilario dove, purtroppo, oggi non restano che pezzi arrugginiti degli ultimi suoi impianti.
(da un articolo del Secolo XIX di Marta Trucco)

Marta Trucco 15/11
Categoria: Arte ed eventi

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Riconoscereste che sono europei - ed in particolare tedeschi - anche senza leggere i nomi. Il piano di Michael Wollny è spesso percussivo, ossessivo; il basso di Eva Kruse pulsante, asintotico; la batteria di Eric Schaefer è compulsiva, sferzante. Nel mondo difficile del trio jazz, i WKS si muovono sicuri e fluidi tra incantevoli ballads che sembrano colonne sonore ("Walpurgisnacht") e articolate minisuite che sembrano sonore colonne ("Rica"), forse ispirate a quelle architettoniche di una Berlino in continua (ri?/de?)strutturazione.
Come questo Jazz, al tempo stesso lirico ed avanguardistico e sempre ovunque colto, metaforico, mai scontato. E' facile? Per niente e quasi sempre ad un tempo.
Secondo Cd dopo il debutto "Call It", fa ben sperare per un terzo capitolo.
La loro città, Berlino, è una fonte continua di ispirazione: la chiamano 'la città indefinita', un luogo dove tutto cambia - da quasi 20 anni - repentinamente. In tale contesto si immerge il loro progetto; una musica fatta di incertezze e mai banale, dove ogni cosa sembra essere al suo posto ma allo stesso istante rappresenta quasi l'opposto.
L'identità culturale di un luogo diventa suono ed il jazz è sicuramente la forma di espressione più libera e quindi più adatta ad esplicarne tutte le sfaccettature.
Ruvido.

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Fiori nel fango.
Un nome bellissimo, il titolo di una poesia.
Spero che tutti sappiano di cosa si tratta, bambini (Rom...è importante? Se è importante lo è solo per definire quella parte dell'infanzia così invisibile da meritare a mala pena due parole) venduti e comprati, per soddisfare piccoli desideri come si compra una bambola gonfiabile.
Vorrei avere qualcosa da dire, qualche commento forte che riuscisse ad esprimere almeno un po' di quello che sento, ma è difficile.
Guardando la televisione, leggendo i giornali, ogni frase ascoltata mi è sembrata così banale e riduttiva da farmi venire voglia di gridare.
Eppure credo sia necessario fare lo sforzo di trovare quelle parole, per circoscrivere quello che mi sembra chiaramente un crimine contro l'umanità.
Aggiungo il primo rapporto delle Nazioni Unite sulle violenze ai bambini.

(a Ramiza, con tutto il mio amore)
Francesca 07/11

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A proposito di quanti ancora non ci credono. A proposito di quanti si scandalizzano un po', nel loro conformismo Kulturny così ancora 20' Secolo. A proposito di quanti non hanno capito come si possano scrivere cose del genere.

O di quanti si stupiscono che finalmente anche stampa ed editoria rendano doveroso omaggio a quelle stesse forme di libera e condivisa informazione-controinformazione che fino ad un paio di anni fa snobbavano allegramente.


A proposito, sono usciti i vincitori.


Ora, chi e che cosa sia(no) Macchianera vi concediamo anche di non saperlo. Almeno ancora per i prossimi 3 minuti, che impiegherete a leggere qui.

Però un giro sui più votati, a questo punto, è d'obbligo.

Ah - disclaimer - se trovate qualche parolaccia sui Blog linkati da Macchianera, non prendetevela con noi, mi raccomando, non siate ancora così 20' Secolo, appunto. I vostri figli, non lo sono più almeno da quando esiste il Web 2.0.

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«Considero l´impertinenza come un buon modo e a volte l´unico possibile, di affrontare i problemi in maniera pertinente».

Piergiorgio Odifreddi al Festival della Scienza di Genova
Daniela 01/11
Categoria: Idee

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