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Un verso biblico: "E tu saprai la verità, e la verità ti renderà libero", campeggia all'ingresso del palazzo di Langley, la sede della Central Intelligence Agency. In realtà gran parte del lavoro di intelligence consiste nell'inventare false verità da propinare ai servizi nemici. Segreti, intrighi, falsi indizi e cospirazioni: tra realtà deformata e menzogna costruita, il vero ed il falso si riflettono nello stesso specchio fino a confondersi. E così la storia del "Good Shepherd" Edward Wilson (Matt Damon), e di pari passo quella della CIA, diventano soprattutto l'incarnazione narrativa dell'inganno, del non essere ciò che si è e nel non fare ciò che si fa.
Tornato dietro la macchina da presa tredici anni dopo l'esperienza del validissimo "Bronx" (1993), il premio Oscar di "Toro Scatenato", "Il padrino II" e "Taxi Driver" Robert De Niro dedica la sua nuova opera alla storia dei primi 25 anni di attività della CIA, il servizio d'intelligence americano.
Il film vede tra i suoi protagonisti, al fianco di Damon e di De Niro nel ruolo del Generale Sullivan (in realtà una piccola parte), un cast di altri attori di grandissimo spessore, tra cui accanto ad Angelina Jolie (Margaret "Clover" Wilson), John Turturro (Ray Brocco), Alec Baldwin (Sam Murach) e William Hurt (Philip Allen).
"Sono sempre stato attratto dal mondo dello spionaggio," racconta De Niro, "e quando ho letto per la prima volta la sceneggiatura di Eric Roth ("Munich"), The Good Shepherd, mi sono reso conto che quel film non solo m'interessava interpretarlo quanto - e soprattutto - dirigerlo. La sceneggiatura era già pronta da alcuni anni e, secondo alcune autorevoli riviste di cinema, era uno dei migliori film che si potessero realizzare. Credo che non l'abbiano fatto prima per questioni di budget... Ad ogni modo, la differenza tra ciò che aveva scritto Roth e quello che interessava me era solo ed esclusivamente il contesto storico: il periodo su cui ci siamo concentrati narra la storia della Cia dai suoi inizi, cioè dagli anni degli Uffici Servizi Strategici durante la Seconda Guerra mondiale fino al fallimento dell'operazione della Cia a Cuba presso la Baia dei Porci nel 1961. Quello di Roth era precedente. Alla fine però abbiamo trovato un accordo e un terreno comune su cui lavorare".
Il film è secco, preciso, senza sbavature o retorica e scorre via con eleganza, nonostante le quasi tre ore, ritraendo come raramente prima il vero mondo dello spionaggio e controspionaggio. Così, dalle ceneri dell'OSS del tempo di guerra, fino al fallimento clamoroso della "Baia dei Porci", De Niro mette la CIA e i suoi demiurghi al centro della trama.
Nell'aprile del ‘61 un nastro e una foto vengono recapitate sulla porta di Wilson. Dentro ci sono gli indizi per scoprire il traditore che ha rivelato a Fidel Castro il luogo della prevista invasione. In una serie di lunghi flashback, la storia salta indietro al tempo dell'OSS, il padre della CIA, sul finire degli anni '30, quando Wilson è uno studente a Yale e viene incluso nella società segreta Skull and Bones, la confraternita elitaria composta rigidamente di WASP con la pretesa di formare i futuri leader mondiali.
La congregazione costituirà l'ossatura dell'O.S.S, l'ufficio dei servizi strategici durante la seconda guerra mondiale. Nel dopo guerra nasce poi la CIA vera e propria, per impedire l'invasione globale del nemico sovietico. Il film lascia in realtà serpeggiare la suggestione che la CIA abbia costantemente sopravvalutato le capacità sovietiche allo scopo di giustificare la sua stessa esistenza.
Wilson passa il suo tempo libero ad infilare meticolosamente modellini di navi in piccole bottiglie. E' un uomo preciso, grigio, che parla poco anche alla moglie, anche mentre il loro matrimonio va in pezzi, e ogni mattina sale su un bus di Washington nella sua classica divisa: impermeabile, cappello, ventiquattrore. Sembra solo un altro impiegato che va al lavoro. E invece è la spina dorsale di tutta la storia della CIA. Il personaggio reale a cui è ispirato, James Jesus Angleton, come Nero Wolfe coltivava orchidee invece di miniature di navi in bottiglia, ma la sua "condanna" resta la stessa. La disperata solitudine di chi non può fidarsi di nessuno.


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C'è qualcosa di più del mero voyeurismo nella raccolta di scatti "Trash" alla Maison Européenne de la photographie di Parigi.
La mostra è incentrata su un lavoro minuzioso, direi quasi 'scientifico', se mi passate il termine, di appostamenti e ricerche metodiche nei bidoni della spazzatura delle star hollywoodiane. In pochi tra i volti più famosi del cinema e dintorni hanno salvato la propria privacy dalla spietata presentazione dei fatti dei due artisti.
Tra la moltitudine di rifiuti, isolo qualcosa:
- il primo mito a cadere è Marlon Brando: laddove ti immagini di trovare cognac e whiskey, ti devi accontentare di una collezione sterminata di bottiglie di Evian e Perrier. Chic, ma sicuramente lontano dall'immagine che ci eravamo fatti di lui al cinema
- Charlize Theron è andata alla serata degli Oscar su una macchina elettrica. In pochi se ne sono accorti, ma un biglietto la ringrazia "per aver lanciato un messaggio così importante a milioni di persone". Sarà.
- Tom Cruise non esiste. O meglio, quello che vediamo non è il vero Tom Cruise, ma un'interpolazione tra il Tom Cruise più che quarantenne e la ricostruzione dei suoi medici, dermatologi, gastroenterologi che tentano di tenerlo in piedi. La colf deve aver buttato via la sua lista di prodotti per viso, mani, corpo e capelli, più i prodotti della spesa. Sono quattro pagine di roba. Poteva prendersi almeno cura di strapparle prima di gettarle. Scelta non fortunata (più per il suo padrone che per lui...).
- Sharon Stone è uno schianto. Come faccia ad essere arrivata così alla sua età però è un mistero, a giudicare da quello che mangia (popcorn, cioccolatini di infima qualità...)
- altro che Homer Simpson, il vero americano medio è Tom Hanks: cornflakes a colazione, snack di ogni genere, pizze in scatola, centinaia di bottiglie di cocacola e schifezze varie. Come avrà fatto a perdere tutti quei chili per fare il naufrago sull'isola deserta?
- in pochi riescono a resistere alla tentazione di comprare riviste che parlano di sé: chi ci casca più frequentemente è Antonio Banderas. Ma forse è solo perchè gli altri li conservano in casa.
- Lo Schwarzy pre-presidenza, ovvero quello di Terminator e Conan il barbaro (quello che preferiamo!) deve aver avuto qualche problemino con il nostro Albertone Tomba. Si fatica a ricostruire la foto tagliata in mille pezzi in cui erano ritratti insieme.
- Madonna è l'unica donna ad aver avuto il buon senso di gettare nel tritarifiuti alcune sue lettere. Peccato, eravamo curiosi.
- Steven Spielberg che legge centinaia di riviste di programmi televisivi? Questo sì che è uno scoop!
- Pierce Brosnan è un erotomane
- Jack Nicholson no (è questa la notizia)
- cosa ci faceva quella rivista di lingerie tra i rifiuti di Ronald Reagan?!?! Ahiahiahiai, signor presidente...

So che dopo questo post non guarderete più con gli stessi occhi il vostro cestino in camera. Ma ricordatevi che, in fondo, l'ho fatto solo per il vostro bene.

Categoria: Arte ed eventi

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Non è certo una folla quella riunita nell'auditorium centrale della Sorbonne di Parigi per assistere all'ottima conferenza organizzata dall'Andese (www.andese.org) sulle opportunità (e, implicitamente, le minacce) del Web 2.0 per il futuro delle imprese e della formazione. Il pubblico è ristretto e selezionato: addetti ai lavori, soprattutto, qualche raro giornalista che però solo in taluni casi sopravvive all'intera maratona a staffetta (oltre 30 relatori) corsa sulla distanza di 9 ore comunque generosamente cadenzate da lauti rinfreschi e pause relazionali.
Alla mia sinistra, effigi di Pasteur, Bossuet, Descartes e Racine mi ammoniscono con la severità delle loro parrucche ricciolute, prevenendomi da ogni distrazione. Il ritmo è comunque disteso, i relatori preparati e pronti alla battuta.
Si comincia dalla base dell'iceberg, ovvero dalla formazione. E da subito è evidente come i problemi dei cugini d'Oltralpe siano anche i nostri: pochi ingegneri (e poche "ingegnere", soprattutto, viene rimarcato), molti informatici, il problema insomma è più sulla gestione della tecnologia e sulle modalità per convincere gli imprenditori ad investire in questo settore che nella mera scrittura delle linee di codice.
La tematica del "digital divide" viene trasposta in un dominio inedito: in Francia, le connessioni "haut dèbit" o "très haut dèbit" sono numerose, e costano poco (non stiamo certo in questa sede a sottolineare ancora le differenze di prezzo dello stesso prodotto "Alice" nello Stivale e nell'Esagono). Ovvio allora che il problema si trasli altrove: il muro qui è più tra la ristretta cerchia degli "iniziati", coloro che dominano la tecnologia (anche se talvolta finiscono per farsi dominare), e quelli che come utilizzatori se la cavano magari anche, ma che non hanno voglia di capire cosa sta dietro al messaggino che parte dal cellulare o alla telefonata via Skype.
Ça va sans dire che questi ultimi sono la stragrande maggioranza, con sommo dispiacere dei nostri relatori.
Si sprecano dunque slides per stigmatizzare le differenze di approccio Francia (più latamente: Europa, mi sento di poter dire) - Usa, la mancanza di ricerca applicata (ah, rieccola!) e la mancanza di sforzi europei per formare dei managers in ambito IS (Information Systems).
Le soluzioni. Già, le soluzioni.
"Je cherche (cerco) l'Humboldt du (del) 2007", finisce retoricamente un professore universitario evidentemente poco felice dell'ultimo quinquennio chiracchiano. Premessa: lord Von Humboldt è il tizio che, riformando l'università di Berlino nel 1809, ha di fatto posto le basi al sistema universitario così come lo conosciamo oggi, con le varie distinzioni umanistico-scientifiche, i dipartimenti e compagnia bella. L'Humboldt che il docente cerca, dunque, è l'innovatore capace di riscrivere i paradigmi ed i confini delle scienze dei bit: andare oltre la logica binaria dello zero-uno, e rivolgersi al Nanotech, Biotech, abbattendo muri piuttosto che erigendoli-esigendoli. E badate che il docente in questione non è un pazzo visionario che vive nel suo mondo teorico ed ipotizzato: pensate che si è fatto costruire apposta un software capace di riconoscere i pezzi di compiti/tesi/progetti copiati e incollati dalla rete. Piuttosto pragmatico, dunque. Dalla sua esperienza empirica ha tratto anche delle stime: il 10% dei suoi studenti fa un uso scriteriato del "Cut and paste", senza neanche scomodarsi a stare evidentemente a leggere quello che sta copiando. Un altro buon 25% copia citando le fonti; il 40% se ne "dimentica" qualcuna. Il conto degli onesti è presto fatto.
La signorina che ci presenta le virtù dell'école d'Ingénieur "Supèlec" (che forma "ingegneri generalisti", qualsiasi cosa questa stramba locuzione significhi) ci ricorda il caso del MIT (la famosa università americana che ha piazzato tutti i suoi corsi online), avvertendoci però che in mezzo a tantissima qualità c'è anche qualche corso davvero approssimativo. E che comunque avere il materiale a disposizione non vuol necessariamente dire apprenderlo.
La parola passa poi alle imprese, in un passaggio di testimone che anche qui si augurano evidentemente non essere solo metaforico. L'accento ora è subito posto sulla produzione: amministratori delegati e responsabili di sistemi informativi ci ricordano prima di tutto l'importanza dei server, e la mancanza di investimenti europei in questo senso (mentre Oltreoceano Google, Amazon, Yahoo ed Aol fanno a gara a colpi di miliardi di euro per accaparrarsi la maggiore potenza di calcolo possibile), ed ancora lamentano la frattura tra università ed imprese, che, nel Belpaese come in quello un po' meno bello, faticano a capirsi.
Tornando all'argomento principale, si cerca di permutare la filosofia partecipativa del Web 2.0 in ricette aziendali: mettere in condivisione i saperi attraverso la tecnologia, facilitare la comunicazione, incentivare la collaborazione per progetti, per funzioni o per clusters, ma anche usare i nuovi canali per comprendere meglio i bisogni dei clienti, che non sono mai stati così chiari come oggi ai tempi di Google e dei blog ("Non c'è neanche bisogno di innovare: ci penseranno i vostri clienti", arriva a dire un responsabile marketing). C'è anche lo spazio per storie incredibili di cui ci permettiamo di dubitare: una delle menti che sta dietro a "Quaero", il motore di ricerca europeo - ancora in fase di sviluppo - così fortemente voluto dal presidente Chirac, rivela che ai tempi in cui era consulente di Altavista - correva l'anno 1997 -, suggerendo al patron dell'impresa di acquistare "quel motore di ricerca interessante prodotto da quei due ragazzi di Stanford", si era sentito dare del "coglione" (traduco letteralmente), e del "francese che non ha capito niente dell'America". Inutile raccontare com'è andata a finire.
Certo, è difficile debellare il legittimo dubbio della leggenda metropolitana, ma rimane comunque un'edificante morale, che è quella che anche le PMI possono - devono - pensare in grande. E se il fine giustifica i mezzi, una "True lies" al nostro amico possiamo anche perdonarla.
Ma la chicca, come spesso accade, arriva in zona Cesarini. Quando prende la parola Monsieur André-Yves Portnoff, tutti i pensieri lasciati a metà paiono trovare finalmente il loro sbocco. Con una dialettica incantevole ed una chiarezza disarmante, il ricercatore franco-italo-russo, nato chimico, smonta il problema generale secondo sezioni precise, sintetizzando in tre tagli le difficoltà tutte francesi a superare l'impasse attuale.
Numero 1: il pensiero di Descartes (il citato ci guarda, stupito, dalla parete sinistra della sala, fulminando l'interlocutore col suo sguardo trapassante e, ahinoi, trapassato). "E' difficile ammettere che funzioni un sistema come il peer-to-peer, quando tutta la nostra storia si basa su un pensiero piramidale, centralizzato. No, Internet non può funzionare, non ha un centro, non esiste!" finisce urlando in preda a palpitazioni retoriche ed ironiche.
Numero 2: l'arroganza. "Il professore universitario è una persona formata, ovviamente, e dunque arrivata. Non c'è nulla di nuovo che egli possa imparare, tantomeno da fonti poco autorevoli, non controllate come Internet. Nuove forme di sapere, ancor peggio se non validate, non sono concepibili". E' qui che Portnoff raccoglie la maggior parte dei suoi applausi, quando afferma di non sopportare la gente che pretende di mettere dei "preservativi culturali" nella gestione della Rete. Tutto questo, detto da un uomo che è più vicino ai 70 che ai 60, scatena in un animo giovane moti di speranza che credevi sopiti.
Numero 3: un termine difficilmente traducibile in italiano che spero ci perdonerete se rendiamo con un inesatto "Malafede". "La malafede che ci porta a vedere nemici e concorrenti ovunque, la malafede che ci impedisce di collaborare, e dunque di usufruire del primo dei grandi benefici di Internet e del web 2.0: l'annullamento dei costi di transazione". Anche qui l'applausometro rischia di esplodere quando il professore smonta le tecniche belliche francesi: "Abbiamo fatto la Maginot, ci sentivamo al sicuro, vero? Ecco, e i tedeschi cos'hanno fatto? Ci sono passati intorno. Questo no, non l'avevamo calcolato!". Ed ancora: "Noi facciamo le regole, gli altri vincono".
L'analisi muove infine all'azione: nella società dell'immateriale, le strategie vincenti passano per il capitale relazionale, quello che non si contabilizza in conti economici e stati patrimoniali, nelle reti dinamiche (ma non nelle fusioni, perchè "due navi che imbarcano acqua se si mettono assieme vanno a fondo più velocemente"), in una politica industriale che deve avere come unico obiettivo quello di reindustrializzare l'Europa, unica vera ricetta per evitare di spostare altrove officine ed economie del mondo, come purtroppo sta già avvenendo, e forse è già avvenuto. Senza avere paura degli altri, perchè come insegna Michael Dell "anche i fornitori possono essere tuoi amici".
E la costruzione favolistica del suo impero dei Pc da zero ci ricorda, novello Esopo, che i più grandi sogni sono quelli dei bambini. E alla fine, dalla montagna di idee sopravviveranno solo quelle che avranno meno paura di mettersi in gioco, nel mondo là fuori.


A fine lavori, l'Andese ha avanzato infine le sue 10 proposte formativo-industriali per correggere l'attuale trend delle organizzazioni in ambito IT. Alcune sono forse ridondanti, ma hanno l'indubbio pregio di essere concrete. E' per questo che ho deciso di sottoporle alla vostra attenzione. Prendetelo come "free lunch" finale.

(Piano Macroeconomico)
1. Misurare in maniera affidabile gli investimenti IT.
2. Misurare in maniera affidabile le spese IT.
3. Misurare in maniera affidabile il contributo degli investimenti IT e TLC alla crescita del PIL.
4. Rinforzare gli investimenti in Ricerca & Sviluppo nel dominio IT associando gli attori del pubblico e del privato
5. Attivare iniziative a livello europeo in materia di generalizzazione degli utilizzi del Web 2.0.

(Piano Microeconomico)
6. Incoraggiare l'innovazione tramite politiche pubbliche del tipo "Small Business Act" ("Una delle poche cose che salvo dell'era Chirac", Nota di Portnoff) per finanziare investimenti per gli utilizzi informatici.
7. Generalizzare gli utilizzi del Web 2.0 nel sistema educativo a tutti i livelli scolastici per l'anno scolastico 2007.
8. Generalizzare i metodi di analisi del valore propri dell'ambito IT e IS (cfr. Mareva, ValIT, Afav)
9. 250 euro di sovvenzione per impiegato all'anno alle aziende che metteranno a disposizione dei loro primi 200 impiegati i servizi del Web 2.0.
10. Creare un "Osservatorio delle buone pratiche" per gli utilizzi IT che si riferiscano alle Best Practices del settore.

(Fonte: www.spezialmente.it)

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