
Tornato dietro la macchina da presa tredici anni dopo l'esperienza del validissimo "Bronx" (1993), il premio Oscar di "Toro Scatenato", "Il padrino II" e "Taxi Driver" Robert De Niro dedica la sua nuova opera alla storia dei primi 25 anni di attività della CIA, il servizio d'intelligence americano.
Il film vede tra i suoi protagonisti, al fianco di Damon e di De Niro nel ruolo del Generale Sullivan (in realtà una piccola parte), un cast di altri attori di grandissimo spessore, tra cui accanto ad Angelina Jolie (Margaret "Clover" Wilson), John Turturro (Ray Brocco), Alec Baldwin (Sam Murach) e William Hurt (Philip Allen).
"Sono sempre stato attratto dal mondo dello spionaggio," racconta De Niro, "e quando ho letto per la prima volta la sceneggiatura di Eric Roth ("Munich"), The Good Shepherd, mi sono reso conto che quel film non solo m'interessava interpretarlo quanto - e soprattutto - dirigerlo. La sceneggiatura era già pronta da alcuni anni e, secondo alcune autorevoli riviste di cinema, era uno dei migliori film che si potessero realizzare. Credo che non l'abbiano fatto prima per questioni di budget... Ad ogni modo, la differenza tra ciò che aveva scritto Roth e quello che interessava me era solo ed esclusivamente il contesto storico: il periodo su cui ci siamo concentrati narra la storia della Cia dai suoi inizi, cioè dagli anni degli Uffici Servizi Strategici durante la Seconda Guerra mondiale fino al fallimento dell'operazione della Cia a Cuba presso la Baia dei Porci nel 1961. Quello di Roth era precedente. Alla fine però abbiamo trovato un accordo e un terreno comune su cui lavorare".
Il film è secco, preciso, senza sbavature o retorica e scorre via con eleganza, nonostante le quasi tre ore, ritraendo come raramente prima il vero mondo dello spionaggio e controspionaggio. Così, dalle ceneri dell'OSS del tempo di guerra, fino al fallimento clamoroso della "Baia dei Porci", De Niro mette la CIA e i suoi demiurghi al centro della trama.
Nell'aprile del ‘61 un nastro e una foto vengono recapitate sulla porta di Wilson. Dentro ci sono gli indizi per scoprire il traditore che ha rivelato a Fidel Castro il luogo della prevista invasione. In una serie di lunghi flashback, la storia salta indietro al tempo dell'OSS, il padre della CIA, sul finire degli anni '30, quando Wilson è uno studente a Yale e viene incluso nella società segreta Skull and Bones, la confraternita elitaria composta rigidamente di WASP con la pretesa di formare i futuri leader mondiali.
La congregazione costituirà l'ossatura dell'O.S.S, l'ufficio dei servizi strategici durante la seconda guerra mondiale. Nel dopo guerra nasce poi la CIA vera e propria, per impedire l'invasione globale del nemico sovietico. Il film lascia in realtà serpeggiare la suggestione che la CIA abbia costantemente sopravvalutato le capacità sovietiche allo scopo di giustificare la sua stessa esistenza.
Wilson passa il suo tempo libero ad infilare meticolosamente modellini di navi in piccole bottiglie. E' un uomo preciso, grigio, che parla poco anche alla moglie, anche mentre il loro matrimonio va in pezzi, e ogni mattina sale su un bus di Washington nella sua classica divisa: impermeabile, cappello, ventiquattrore. Sembra solo un altro impiegato che va al lavoro. E invece è la spina dorsale di tutta la storia della CIA. Il personaggio reale a cui è ispirato, James Jesus Angleton, come Nero Wolfe coltivava orchidee invece di miniature di navi in bottiglia, ma la sua "condanna" resta la stessa. La disperata solitudine di chi non può fidarsi di nessuno.
Presentato in anteprima mondiale l'8 Settembre 2006 al Festival del Cinema di Venezia, "Pasolini prossimo nostro", documentario che sta riscuotendo da tempo una notevole attenzione, sarà il fulcro di una rassegna di film del regista scomparso il 2 Novembre 1975, che si terra al cinema teatro Astoria di Lerici.
Ne parla Spezialmente, qui.
1565: mentre i temibili guerrieri Turchi del Sultano Solimano si preparano ad assediare Malta, ultima roccaforte cristiana, i Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni, gli Ospitalieri, monaci-guerrieri difensori dei pellegrini di terrasanta e della cristianità, mettono a punto la loro strategia difensiva. E, in questo scenario, una misteriosa nobildonna riceve da essi il compito di reclutare il mercante d'armi e mercenario Mattias Tannhauser per aiutarli, e nel contempo ritrovare il figlio illeggittimo abbandonato 12 anni prima. Giunto sull'isola, tra gli assalti ottomani e le violenze persecutorie degli Inquisitori cattolici, Tannhauser dovrà ricorrere a tutte le sue abilità per riuscire nel compito, sfuggire a fanatici complotti e restare vivo tra un epico scontro e l'altro. A dieci anni dallo stupendo "Il Fine Ultimo della Creazione", Tim Willocks, scrittore e sceneggiatore che fu una delle più interessanti rivelazioni della narrativa degli anni '90, ritorna per pubblicare quello che si rivela come un vero proprio capolavoro del romanzo storico contemporaneo.
Intenso, violento, sagace, brillante, complesso, ma soprattutto credibile come un resoconto di saggistica, Religion brilla grazie al talento di un narratore al tempo stesso coinvolgente, ma colto ed intelligente, capace di rivaleggiare in statura con un Paul Watkins, ma soprattutto di stagliarsi assolutamente al di sopra di qualunque fiction tra quelle che in questi anni si rifanno alla storia di Templari, Rosacroce, mistici e combattenti per la religione.
La dimensione colta, e insieme di entertainment, in cui si colloca Willocks distanzia di molto le banalità e le imprecisioni di romanzi come "Il Codice Da Vinci" o "Il Templare", e significa una novità assoluta per stile ed approccio, risultando in un exploit che sarebbe miope sottovalutare. Anzi, potete star certi che qualche produttore a Hollywood ne avrà già colto il potenziale per trarne un kolossal alla Ridley Scott. E d'altra parte lo stile è serrato, veloce, e cinematico distinguendosi anche per un certo lirismo descrittivo che assolutamente non appesantisce le pur corpose 800 pagine.
Concepito come primo volume di una trilogia (che, se Willocks giocherà bene le sue carte, è destinata a diventare un punto di riferimento nel genere) Religion ci consegna un nuovo tipo di eroe-anti-eroe, cavaliere con molte macchie a anche molte paure, finalmente.
Tim Willocks, Religion, Cairo Editore
Avete mai visto James Bond che sbaglia, suda, sanguina, trema, ha paura, agisce d'impulso mettendo a rischio la missione, perde al tavolo da gioco, si innamora, si ferisce e riappare in scena con cicatrici e bende dopo averle prese anche dal primo venuto?
Mai sino ad oggi, credo.
Anticipato da uno dei siti web dedicati in assoluto tra i più belli mai visti in rete, alla fine delle festività natalizie è uscito anche in Italia il 21' film della serie di 007.
Destinato a deludere un po' chi si era affezionato agli elementi classici dei film e alla loro mistica, Casinò Royale è invece una inaspettata chicca per coloro che, delusi dagli ultimi episodi della serie, attendevano da tempo un riavvicinamento del personaggio al James Bond dei romanzi.
Non è stata, in quest'ottica, certo casuale la scelta della EON e della Sony Pictures di rifondare completamente la saga, ripartendo dal primo romanzo di Ian Fleming - una storia di per sè non clamorosa, ma asciutta e cruda. Scelta che si rivela azzeccata, dopo le stucchevoli dinamiche da videogioco a cui gli ultimi film ci avevano abituato, e dopo che i migliori Bond-film alla fine si rivelavano da anni i non-Bond come Mission :Impossible, The Bourne Identity, The Peacemaker, Il Santo.
Così, se da un lato si esce dalla sala senza l'assoluta certezza di aver visto davvero un film di 007 - almeno non nel senso classico - dall'altra si ha quella di aver assistito ad uno dei 3 o 4 migliori della serie e in assoluto ad un più che valido film di spionaggio.
In un'improbabile deformazione temporale, Casinò Royale, pur ambientato nel presente, racconta in realtà la prima missione ufficiale di Bond, dopo l'acquisizione dello stato di "doppio zero", ovvero la licenza di uccidere. E pur immerso nell'era tecnologica odierna, è un Bond che richiama da vicino quello di Dr.No o di Dalla Russia con Amore: pochi gadget, poca azione, molta tensione, quasi nessuna battuta di spirito.
E al di là della performance, invero pure molto buona di Daniel Craig, contestatissimo (dai fan) successore di Brosnan, la sorpresa migliore è la costruzione del personaggio di 007, complice anche una sagace e brillante sceneggiatura definita da Paul Haggis (Crash, Flags of Our Fathers, Million Dollar Baby), finalmente un Bond più vero, più umano, debole e fallibile e in definitiva direttamente uscito dalle pagine del miglior Fleming.
E' un crescendo di tensione, di storie (tre) che via via si complicano, si intrecciano e, in ultimo, alcune, vanno a soluzione. Un gran film dove il denaro, quindi il potere, fa la differenza, sia a livello individuale sia collettivo. Fa la differenza, quando e dove c'è, perché rende possibili le soluzioni più efficaci; ma fa la differenza anche perché contribuisce a complicare la vita di coloro che non lo possiedono. Gli altri.
E allora diventa evidente quanto poco conta la vita di un marocchino rispetto a quella di un americano; quanto importanti siano le relazioni e i sentimenti per un americano e quanto poco debbano esserlo per un messicano; quanto essere un messicano o un marocchino sia di per sé un indice di colpevolezza mentre essere europeo o americano etichetti di rispettabilità.
Noi alle prese con le nostre nevrosi e i nostri disagi, il nostro mestiere di vivere, loro con il duro lavoro di sopravvivere facendosi carico, ovviamente, anche delle nostre nevrosi.
E ancora, ogni volta che andiamo in paesi con usanze diverse quanto bisogno abbiamo di portarci i nostri pezzi di civiltà (diet coke) rifiutando di conoscere e servirci di quelli disponibili in loco molto più efficaci (...).
Un gran film di cui si sentiva il bisogno anche per la sua capacità di evidenziare la nostra attitudine a categorizzare ogni cosa/persona; a pensare e agire per stereotipi omettendo, spesso, di vedere e capire la realtà. Ma d'altra parte che bisogno abbiamo di capire ciò di cui possiamo disporre a piacere?
Qualcuno paga, per tutti gli altri. Alla faccia dello scontro di civiltà.

Quartetto d'archi, sax, tromba, Fender Rhodes. E un ottimo bassista, Thorne, dei Lamb. Sospeso tra jazz alla Uri Caine e colonna sonora di uno stanco noir, questa incursione in territori altolocati si rivela un esperimento riuscito, ma solo a metà. Nel senso, letterale, che solo una metà dei pezzi convincono e trasportano, insieme. Tra atmosfere cool e swing e svolte tecniche che mischiano il basso acustico all'elettronica più vivace. Brillano le tese "Moved On" e "The Wrongness Of It", ma già una ballad come "Forgiveness", che forse vorrebbe essere una chicca del disco, grazie alla bella voce di Judy Green, sa troppo di una "Summertime" rivisitata da vicino. Un po' troppo. Riprovarci ancora, grazie: meno pretenziosità e più sostanza potrebbero portare alla maturità.
Butto lì così questo titolo straordinario, Il cacciatore di Aquiloni.
Un libro che è come un volo di aquilone, delicato, fragile, simbolico.
Lascia addosso il sapore amaro di una guerra mai finita, per noi avvenimento marginale, lontano...difficilmente visibile (naturalmente abbiamo appreso della guerra in Afganistan quando anche "noi" abbiamo cominciato a morirci dentro).
Atmosfere da fantasy e soprattutto personaggi di carne e sangue, Amir e Hassan, Hassan, Amir e le due facce dell'essere umano, ma soprattutto due esseri viventi che portano sulle spalle verità e colpe dal peso reale.
Se dovessi dire di aver letto un bel libro, ultimamente, non avrei dubbi.
Holden Caufield diceva qualcosa come. un bel libro è quello che ti fa venir voglia di conoscere l'autore, alla fine. Per fargli i complimenti, ma soprattutto per chiedergli cosa ne pensa del mondo, ed ascoltare cosa dice e come lo dice.
Due soldati, due uomini dentro una buca.
La differenza fondamentale tra due soldati e due uomini è che i soldati sparano, gli uomini sanguinano.
Due uomini dentro una buca.
Entrambi sono feriti, entrambi hanno vicino un infermiere. Chi vivrà e chi sta per morire non lo decide l'abilità dell'infermiere in sè, ma solo l'uniforme del soldato, mentre tutto intorno, al buio e in centinaia di altre buche simili, si compie il massacro per la presa di Iwo Jima.
L'uomo con l'uniforme sbagliata muore. L'uniforme sbagliata è quella giapponese, ma in sè e per sè è solo un dettaglio, in fondo.
La potenza evocativa delle immagini di Eastwood però, stavolta, non va oltre queste riflessioni, non porta molto di più che le già note considerazioni sull'inutilità e la futilità della guerra. Di tutte le guerre.
La primavera 1945 raccontata dall'ex-Ispettore Callaghan oscilla tra il sangue che contamina sia la Storia che i monumenti alla Storia e la propaganda che raccoglie i fondi necessari a cambiarne il corso.
I sei eroi della foto di Rosenthal, la cui vicenda il film cerca di raccontare tra mito e realtà, non sono che tre uomini, tre anti-eroi in carne ed ossa, sottratti al malevolo fronte per poter partecipare al teatro mediatico che muove e commuove l'home-front e i più o meno ricchi donatori per la guerra "dei giusti".
Sullo sfondo di un paese quasi alla bancarotta che ha bisogno di una foto simbolo e di eroi di carta come impulso per resistere sino alla vittoria finale, The Flags of our Fathers pone una vicenda un po' confusa, un po' ripetitiva, citando il Soldato Ryan e la Sottile Linea Rossa di Malick, fallendo di essere un capolavoro tra capolavori e riuscendo ad essere un film decisamente mediocre, seppure visivamente molto bello.
Un po' troppo prolisso, un po' troppo scarno nel materiale narrativo. Eastwood ha decisamente girato di meglio. Almeno non c'è retorica inutile e gratuita; ma da Clint, che negli ultimi 12 anni ha messo in fila almeno tre o 4 film magistrali per bellezza e senso, non ci aspettavamo neppure ci fosse.
Riconoscereste che sono europei - ed in particolare tedeschi - anche senza leggere i nomi. Il piano di Michael Wollny è spesso percussivo, ossessivo; il basso di Eva Kruse pulsante, asintotico; la batteria di Eric Schaefer è compulsiva, sferzante. Nel mondo difficile del trio jazz, i WKS si muovono sicuri e fluidi tra incantevoli ballads che sembrano colonne sonore ("Walpurgisnacht") e articolate minisuite che sembrano sonore colonne ("Rica"), forse ispirate a quelle architettoniche di una Berlino in continua (ri?/de?)strutturazione.
Come questo Jazz, al tempo stesso lirico ed avanguardistico e sempre ovunque colto, metaforico, mai scontato. E' facile? Per niente e quasi sempre ad un tempo.
Secondo Cd dopo il debutto "Call It", fa ben sperare per un terzo capitolo.
La loro città, Berlino, è una fonte continua di ispirazione: la chiamano 'la città indefinita', un luogo dove tutto cambia - da quasi 20 anni - repentinamente. In tale contesto si immerge il loro progetto; una musica fatta di incertezze e mai banale, dove ogni cosa sembra essere al suo posto ma allo stesso istante rappresenta quasi l'opposto.
L'identità culturale di un luogo diventa suono ed il jazz è sicuramente la forma di espressione più libera e quindi più adatta ad esplicarne tutte le sfaccettature.
Ruvido.


La storia del cinema è ricca di remake scadenti, fracassoni e poco interessanti rispetto alla pellicola originale: salvo poche eccezioni (e.g The Thomas Crown Affair di McTiernan) riprendere la sceneggiatura di un vecchio film non si traduce quasi mai in un’operazione convincente.
Ma quando a dirigere è Martin Scorsese e quando la base è uno dei migliori polizieschi di sempre (pur nella intrinseca inaccessibilità della recitazione orientale), il capolavoro è assicurato.
L’idea di partenza è geniale. Due infiltrati, un poliziotto inserito nelle schiere di un boss della malavita e un criminale infiltrato dal boss stesso nella polizia di Boston. L’uno a caccia dell’identità dell’altro.
The Departed è teso, veloce, duro e di una forza visiva straordinaria. Intenso e quasi perfetto, se è vero, come si dice, che sarà l’ultimo film sulla malavita che Scorsese avrà girato, è il caso di dire che il regista italoamericano ha chiuso in bellezza con il tema. Del film di Hong Kong nulla si spreca, anzi: un paio di scene sono girate pari pari quasi con gli stessi tempi, le stesse inquadrature. Ma è Scorsese a plasmare la materia a suo modo e con i suoi dialoghi, i suoi personaggi, tutti straordinari, dal Frank Costello di un immenso Jack Nicholson, all’infiltrato ormai a pezzi Leonardo Di Caprio.
Alla fine nulla è più lo stesso: le identità falsate e violate sono la fine di una parabola di spersonalizzazione quasi collettiva, in cui ciò che si è e ciò che si è costretti ad essere o ad interpretare, non solo si confonde, ma addirittura diventa incompatibile con il ritorno alla normalità.
Da non perdere.

