
Ancora sul tema della scrittura personale e creativa (contrap)posta alla scrittura professionale e professionistica, qui un illuminante intervanto di Mafe De Baggis
Guglielmo Pizzinelli 31/01
Categoria: Professioni
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Ci sono professioni che fanno vibrare di entusiasmo. Questo perché ti riportano a quel grande sentimento che un tempo stimolava ed entusiasmava l'azione dei Padri. Ma oggi il giornalismo non si fa così. Viene tutto filtrato, manipolato, in parte censurato. Il resto non viene neppure presentato e così, via dicendo. Oggi la passione, lo slancio e il sacrificio delle imprese, nel'impostazione e nella scelta degli argomenti, non può più tendere all'omaggio verso i valori tradizionali della missione del giornalista e del relativo potenziamento del suo vero talento. Il vero naturale e brillante professionista della carta stampata è completamente scomparso. Oggi lo Scoop viene ricercato di tipo facile, quello che serva a qualcuno e che non dispiaccia a molti. L'importante è documentare un fatto e più grave è, meglio è. Se per esempio viene segnalato alla Stampa un pericolo ove vi è a rischio l'incolumità di qualcuno, questo non viene assolutamente preso in considerazione. Ma se quel rischio causa un morto, allora come mosche sullo sterco, sono tutti attenti e all'opera per stilare un articolo. La sindrome della NON PREVENZIONE oggi è arrivata a contagiare anche i giornalisti. Tuttavia ciò accade non per colpa loro, ma per un sempre più marcio sistema, che lentamente col tempo e su questo sentiero non risparmierà nessuno. A quanto pare non importa più se il significato essenziale di un articolo non volge verso una profonda intonazione sociale ed etica, che aiuta, piace e avvince. Non interessano i momenti interminabili, fondamentali e tremendi della vicenda umana, né tanto meno l'angoscioso dramma di una vittima innocente di un'ingiustizia, di uno strapotere, di un delitto. E' un florilegio di paradossi e di errori. Il buon senso a questo punto viene disintegrato dalla filosofia degli affari, sia economici che politici. E' un modo di pensare che viene instillato ai giornalisti da chi ha il potere economico o politico. Ogni volta che però viene represso il buon senso a qualcuno, si uccide una parte di quella persona, di quel padre di famiglia, di quel professionista. Voi mi direte: "che significa reprimere il buon senso?" Significa accecare la coscienza, stordirla, ammutolirla, sopprimendo il potere interiore, in due parole, schiavizzando l'individuo. L'essere umano viene ridotto a merce da utilizzare a proprio piacimento. Il professionista viene trattato come un animale, da cui si deve trarre utilità, potere e profitto, anche se il prezzo che deve pagare sul piano umano e psicologico è enorme. Senza entrare oltre nel merito di questa questione e contestualmente ai probabili relativi danni alla salute che nel tempo potrebbero verificarsi, ricordo solo la necessità di dovere sapere e di considerare l'uomo e i suoi disagi, come prodotto trasformato dalla organizzazione sociale nella quale viene inserito. Chiunque abbia compreso voglia comprendere con rigore ed empatia a che livello decadente di società siamo approdati, inoltrandosi nel campo delle relazioni di aiuto e di ripristino della vera umanità, sempre più calpestata e danneggiata dal profitto sfrenato e criminale. Sono dell'idea che persone divenute gravi vittime dell'arroganza del potere, debbano avere voce e che non è ammissibile sotto ogni profilo mantenere di nascosto sempre più danneggiata, emarginata e umiliata una vittima del crimine.
Chi volesse vedere un esempio di che cosa si arriva mostruosamente a censurare per oltre un decennio dalla Stampa, legga e veda le prove documentali dei crimini impuniti ai danni di una donna innocente dipendente della Pubblica Amministrazione: un ospedale. Per constatare di persona visiti i sottostanti links.
http://sisu.leonardo.it/Chi volesse vedere un esempio di che cosa si arriva mostruosamente a censurare per oltre un decennio dalla Stampa, legga e veda le prove documentali dei crimini impuniti ai danni di una donna innocente dipendente della Pubblica Amministrazione: un ospedale. Per constatare di persona visiti i sottostanti links.
http://www.mobbing-sisu.com/cronaca_documentata_asl.php
http://www.mobbing-sisu.com/cronaca_documentata.php
Giacomo Montana 29/01
Categoria: Professioni
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Iniziamo con una dovuta precisazione: la carta stampata, malato terminale dato per spacciato già intorno al 2002, è ancora viva e vegeta. E se la passa benissimo anche senza respiratori artificiali: l’eutanasia qui la cantano i profeti da due soldi, quelli che dal cancello della storia passeranno a capo chino.
Il giornalismo vive di sfide e dicotomie, da gonfiare e ingigantire: l’ultima moda era mettere Internet contro il vecchio giornale, quello delle rotative di Welles, per intenderci stereotipando. Era successo anche con la tivù: ma non mi pare che la gente abbia smesso di leggere il Corriere perché è arrivato il Tg1.
Il problema è che laddove i virtuosi vedono opportunità, i pavidi vedono minacce: succede con la Cina (da cui i dazi), e succede con la grande Rete. La caccia alle streghe è grossa, e puzza di maccartismo. Abbiamo scoperto il bullismo grazie a Youtube, ma gli sforzi non si concentrano sul sistema scolastico che si sta sfasciando: no, sul rogo l’eretico da bruciare è chi racconta la verità.
E’ un sistema collaudato: la libertà d’opinione in Italia è solo formale, e Spezia, sebbene contempli una guerra tra eserciti di straccioni, non fa eccezione. Più facile allora mettere la museruola a chi denuncia, a chi si rifiuta di nascondere la polvere sotto il tappeto, che agire sulle cause.
Internet, dicevamo, ha aperto nuovi canali: più diretti, più "on demand”. Via il broadcast dove è l’offerta a far scaturire la domanda, eccoti pronto il sistema inverso. Diresti che è la vittoria del capitalismo, ma in realtà la strada conduce dritti dritti nella bocca di Marx: i mezzi di produzione finiscono finalmente in mano al nuovo proletariato, e a fare la differenza sono solo le idee, il fattore "C" e l’impegno. Nascono così le storie di successo della rete, e anche i piccoli Spezialmente.
Per chi l’ha saputa far fruttare, la gallina-Internet ha portato uova d’oro: il Times guadagna più dagli introiti pubblicitari online che dalle vendite dei giornali; ma anche, per rimanere in contesto italico, Repubblica ha nel suo sito il miglior veicolo di promozione che le sia mai capitato per le mani. Si tratta solo di saper diversificare i contenuti, e rimettersi in gioco. Certo, chi pretende di fare informazione come 10 anni fa, è già morto. O se non lo è, lo sarà a breve (pronostico anch’io: al massimo sarò un nome in più all’elenco dei farneticanti).
In tutto questo trambusto, nell’era dell’informazione si infila la recente querelle nostrana degli scioperi a catena. Che, mi permetto di giudicare dal basso della mia ignoranza e della mia ormai proverbiale mancanza di "esperienza redazionale”, non faranno altro che ritorcersi contro alla classe dei giornalisti, in quanto tale. Classe che ha un gran bisogno di svecchiarsi e di aggiornarsi, ma soprattutto di immergersi in un bagno d’umiltà a cui ormai è disabituata.
Provo a chiarire con un esempio: l’utente che arriva sul sito di Repubblica, o del Corriere, e vede l’home page uguale da due giorni, andrà altrove a cercare di che placare la sua sete d’informazione (sete che abbiamo contribuito proprio noi "giornalisti del web” a far diventare cronica). Scoprirà che ci sono blog tecnici, in cui ognuno parla solo di quello che sa, e lo fa autonomamente e senza filtri. Troverà nuove fonti d’informazione, si appassionerà a discussioni su aree tematiche d’interesse a lui care. In altre parole: emigrerà. E non è detto che il biglietto sia comprensivo del ritorno: probabile anzi che quel lettore si disaffezioni dall’informazione comunemente intesa, e che vada a prendersi le notizie che gli servono direttamente alla fonte, diventando giornalista di se stesso.
Già, giornalisti di se stessi: nell’era dell’informazione e della blogosfera, ognuno può passare dall’altro lato del microfono con un solo colpo di click. Click, e da fruitore si diventa promotore. Click, e da lettore si diventa giornalista. Con buonapace di chi detiene il patentino, e ha sudato sette camicie per guadagnarselo. Click: e la leva del controllo ti sfugge di mano.
Non ci credete? Comprate il "Time": nell’ultima copertina dell’anno, quella da sempre adibita al personaggio più rappresentativo dell’annata, troverete una sorpresa. Una sorta di specchio rudimentale dentro un monitor; sopra tre lettere come titolo: "You”. Si può spiegare più facilmente di così il web 2.0?
Il processo, è chiaro, è irreversibile. Panacee non se ne vedono, ma un appiglio per salvarsi ancora c’è.
Nell’era dell’informazione accessibile a tutti, vince chi sa organizzare i contenuti, selezionandoli e offrendoli in maniera critica e consapevole.
Tradotto in soldoni, basta comunicati stampa, stop con aggiornamenti arruffati per arrivare prima: il trucco, nella società dell’ipervelocità, è fermarsi a ragionare. I nuovi verbi sono approfondire, levigare, scavare (non sempre in sostanze organiche piacevoli); gli strumenti il labor limae e un pennello con le setole sottili per tratteggiare: questo è il lavoro che paga, alla fine, e tramuta lettori di passaggio, pronti a lasciarti al prossimo cambio di vento, in utenti affezionati e partecipi.
E pensare che c’è ancora chi conta i visitatori: uno, due, tre, cento, mille, diecimila. L’afflusso come notizia da sbattere in copertina, come se il Corriere della Sera una volta alla settimana rubasse spazio agli eventi per raccontarci di quante copie vende in Carolina e nel Messico: un po’ sterile ed autoreferenziale, no? Come se le visite fossero monetizzabili, come se a contare non fosse la capacità di fare aggregazione, di fare "social network”. Google ha comprato Youtube per 1,6 mld di dollari, Murdoch MySpace per mezzo miliardo. La base d’asta del prezzo? Le visite, direte voi.
(perché l’uomo ha questa necessità di misurare le cose, per illudersi di controllarle: il bombardamento inizia da bambini: "Quanto bene vuoi a mamma? E a papà?”).
Ed invece no. Gli utenti registrati, quelli profilati o profilabili. Meglio ancora se attivi, per la precisione. Si parla di una cifra intorno ai 20/30 dollari per ciascuna di queste pietre preziose. Contano i nickname, più che i click: cominciamo a ragionare con i parametri giusti. Sbagliare metrica, mi hanno insegnato pedissequamente all’Università, vuol dire sbagliare tutto.
Chi vi scrive non si considera prima editore, poi giornalista. Al contrario. Chi vi scrive però scrive anche in questi giorni di sciopero, rispettando le decisioni di chi non la pensa come lui, come aveva già fatto precedentemente.
Sono giorni difficili per il giornalismo, a prescindere da lotte sindacali e da antipatie editoriali: qui si parla di sopravvivenza di una classe, e badate che Internet ne ha già fatte sparire molte. "Strike is not the answer” è lo slogan con cui si potrebbe sintetizzare il mio parere personale, ma forse sono solo un profeta da due soldi. Perciò, all’interno della nostra redazione, ognuno è libero di fare ciò che crede: sia chi giornalista lo è già, o chi ha intenzione di diventarlo.
Coraggio e voglia di reinventarsi ogni giorno, rimettendosi in gioco. Le regole per stare in piedi nella società del precariato sono al limite del fisico: c’è chi vedrà il giochino stimolante, chi angoscioso. Ma tanto, le pedine del Monopoli attorno continuano a girare, costruire alberghi e recuperare soldi dal "Via”, per quanto il meccanismo – ne siamo ben consapevoli - sia meschino, e raramente meritocratico. "Alea iacta est”: abbiamo scelta? Tanto vale mettersi in coda anche noi.
Il giornalismo vive di sfide e dicotomie, da gonfiare e ingigantire: l’ultima moda era mettere Internet contro il vecchio giornale, quello delle rotative di Welles, per intenderci stereotipando. Era successo anche con la tivù: ma non mi pare che la gente abbia smesso di leggere il Corriere perché è arrivato il Tg1.
Il problema è che laddove i virtuosi vedono opportunità, i pavidi vedono minacce: succede con la Cina (da cui i dazi), e succede con la grande Rete. La caccia alle streghe è grossa, e puzza di maccartismo. Abbiamo scoperto il bullismo grazie a Youtube, ma gli sforzi non si concentrano sul sistema scolastico che si sta sfasciando: no, sul rogo l’eretico da bruciare è chi racconta la verità.
E’ un sistema collaudato: la libertà d’opinione in Italia è solo formale, e Spezia, sebbene contempli una guerra tra eserciti di straccioni, non fa eccezione. Più facile allora mettere la museruola a chi denuncia, a chi si rifiuta di nascondere la polvere sotto il tappeto, che agire sulle cause.
Internet, dicevamo, ha aperto nuovi canali: più diretti, più "on demand”. Via il broadcast dove è l’offerta a far scaturire la domanda, eccoti pronto il sistema inverso. Diresti che è la vittoria del capitalismo, ma in realtà la strada conduce dritti dritti nella bocca di Marx: i mezzi di produzione finiscono finalmente in mano al nuovo proletariato, e a fare la differenza sono solo le idee, il fattore "C" e l’impegno. Nascono così le storie di successo della rete, e anche i piccoli Spezialmente.
Per chi l’ha saputa far fruttare, la gallina-Internet ha portato uova d’oro: il Times guadagna più dagli introiti pubblicitari online che dalle vendite dei giornali; ma anche, per rimanere in contesto italico, Repubblica ha nel suo sito il miglior veicolo di promozione che le sia mai capitato per le mani. Si tratta solo di saper diversificare i contenuti, e rimettersi in gioco. Certo, chi pretende di fare informazione come 10 anni fa, è già morto. O se non lo è, lo sarà a breve (pronostico anch’io: al massimo sarò un nome in più all’elenco dei farneticanti).
In tutto questo trambusto, nell’era dell’informazione si infila la recente querelle nostrana degli scioperi a catena. Che, mi permetto di giudicare dal basso della mia ignoranza e della mia ormai proverbiale mancanza di "esperienza redazionale”, non faranno altro che ritorcersi contro alla classe dei giornalisti, in quanto tale. Classe che ha un gran bisogno di svecchiarsi e di aggiornarsi, ma soprattutto di immergersi in un bagno d’umiltà a cui ormai è disabituata.
Provo a chiarire con un esempio: l’utente che arriva sul sito di Repubblica, o del Corriere, e vede l’home page uguale da due giorni, andrà altrove a cercare di che placare la sua sete d’informazione (sete che abbiamo contribuito proprio noi "giornalisti del web” a far diventare cronica). Scoprirà che ci sono blog tecnici, in cui ognuno parla solo di quello che sa, e lo fa autonomamente e senza filtri. Troverà nuove fonti d’informazione, si appassionerà a discussioni su aree tematiche d’interesse a lui care. In altre parole: emigrerà. E non è detto che il biglietto sia comprensivo del ritorno: probabile anzi che quel lettore si disaffezioni dall’informazione comunemente intesa, e che vada a prendersi le notizie che gli servono direttamente alla fonte, diventando giornalista di se stesso.
Già, giornalisti di se stessi: nell’era dell’informazione e della blogosfera, ognuno può passare dall’altro lato del microfono con un solo colpo di click. Click, e da fruitore si diventa promotore. Click, e da lettore si diventa giornalista. Con buonapace di chi detiene il patentino, e ha sudato sette camicie per guadagnarselo. Click: e la leva del controllo ti sfugge di mano.
Non ci credete? Comprate il "Time": nell’ultima copertina dell’anno, quella da sempre adibita al personaggio più rappresentativo dell’annata, troverete una sorpresa. Una sorta di specchio rudimentale dentro un monitor; sopra tre lettere come titolo: "You”. Si può spiegare più facilmente di così il web 2.0?
Il processo, è chiaro, è irreversibile. Panacee non se ne vedono, ma un appiglio per salvarsi ancora c’è.
Nell’era dell’informazione accessibile a tutti, vince chi sa organizzare i contenuti, selezionandoli e offrendoli in maniera critica e consapevole.
Tradotto in soldoni, basta comunicati stampa, stop con aggiornamenti arruffati per arrivare prima: il trucco, nella società dell’ipervelocità, è fermarsi a ragionare. I nuovi verbi sono approfondire, levigare, scavare (non sempre in sostanze organiche piacevoli); gli strumenti il labor limae e un pennello con le setole sottili per tratteggiare: questo è il lavoro che paga, alla fine, e tramuta lettori di passaggio, pronti a lasciarti al prossimo cambio di vento, in utenti affezionati e partecipi.
E pensare che c’è ancora chi conta i visitatori: uno, due, tre, cento, mille, diecimila. L’afflusso come notizia da sbattere in copertina, come se il Corriere della Sera una volta alla settimana rubasse spazio agli eventi per raccontarci di quante copie vende in Carolina e nel Messico: un po’ sterile ed autoreferenziale, no? Come se le visite fossero monetizzabili, come se a contare non fosse la capacità di fare aggregazione, di fare "social network”. Google ha comprato Youtube per 1,6 mld di dollari, Murdoch MySpace per mezzo miliardo. La base d’asta del prezzo? Le visite, direte voi.
(perché l’uomo ha questa necessità di misurare le cose, per illudersi di controllarle: il bombardamento inizia da bambini: "Quanto bene vuoi a mamma? E a papà?”).
Ed invece no. Gli utenti registrati, quelli profilati o profilabili. Meglio ancora se attivi, per la precisione. Si parla di una cifra intorno ai 20/30 dollari per ciascuna di queste pietre preziose. Contano i nickname, più che i click: cominciamo a ragionare con i parametri giusti. Sbagliare metrica, mi hanno insegnato pedissequamente all’Università, vuol dire sbagliare tutto.
Chi vi scrive non si considera prima editore, poi giornalista. Al contrario. Chi vi scrive però scrive anche in questi giorni di sciopero, rispettando le decisioni di chi non la pensa come lui, come aveva già fatto precedentemente.
Sono giorni difficili per il giornalismo, a prescindere da lotte sindacali e da antipatie editoriali: qui si parla di sopravvivenza di una classe, e badate che Internet ne ha già fatte sparire molte. "Strike is not the answer” è lo slogan con cui si potrebbe sintetizzare il mio parere personale, ma forse sono solo un profeta da due soldi. Perciò, all’interno della nostra redazione, ognuno è libero di fare ciò che crede: sia chi giornalista lo è già, o chi ha intenzione di diventarlo.
Coraggio e voglia di reinventarsi ogni giorno, rimettendosi in gioco. Le regole per stare in piedi nella società del precariato sono al limite del fisico: c’è chi vedrà il giochino stimolante, chi angoscioso. Ma tanto, le pedine del Monopoli attorno continuano a girare, costruire alberghi e recuperare soldi dal "Via”, per quanto il meccanismo – ne siamo ben consapevoli - sia meschino, e raramente meritocratico. "Alea iacta est”: abbiamo scelta? Tanto vale mettersi in coda anche noi.
Filippo Lubrano 23/12
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In un mondo in cui ancora troppi giovani neo-diplomati o neo-laureati vagano imprecisi alla ricerca di un'entrata di tipo convenzionale nel mondo del lavoro, ignorando ciò che davvero accade nel business-world legato ad Internet 2.0, c'è chi si ferma ad interrogarsi sul vero modo in cui stanno crescendo i nostri figli, ora.
Ma che fatica star loro dietro, mentre siamo convinti che siano loro a stare dietro al nostro mondo...
Ma che fatica star loro dietro, mentre siamo convinti che siano loro a stare dietro al nostro mondo...
Guglielmo Pizzinelli 01/12
Categoria: Professioni
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Costruiscono alcuni dei migliori, più funzionali, più avanzati edifici del pianeta. Ma per farlo, i nuovi architetti si ispirano a coloro che realizzano alcune delle migliori, più funzionali, più avanzate costruzioni della Natura. O ai materiali e alle soluzioni impiegate dalle specie animali, oppure al design di alcuni dei loro habitat. Dal pelo dell’orso polare, alla “casa” delle termiti.
E sfruttano le caratteristiche del terreno, dell’ambiente, dell’aria, della stessa atmosfera terrestre.

Tra “network architecture” e “organic design”, nasce una nuova scienza per costruire ambienti di lavoro e residenziali; meglio vivibili, più a misura d’uomo.
La chiave? Alcuni semplici principi, detti “Gaia Charter”. Secondo cui il design deve:
- essere ispirato dalla Natura, essere sostenibile, salubre, rispettoso e differente
- dispiegarsi e diffondersi, come un organismo, dal suo nucleo più interno
- esistere, nel presente continuato e rigenerarsi
- seguire i flussi ed essere flessibile ed adattativo
- soddifare i bisogni sociali, fisiologici e spirituali
- esprimere ed adattarsi ai ritmi ed ai cicli stagionali.
Mentre sta già arrivando il grattacielo che gira con il vento.
E sfruttano le caratteristiche del terreno, dell’ambiente, dell’aria, della stessa atmosfera terrestre.

Tra “network architecture” e “organic design”, nasce una nuova scienza per costruire ambienti di lavoro e residenziali; meglio vivibili, più a misura d’uomo.
La chiave? Alcuni semplici principi, detti “Gaia Charter”. Secondo cui il design deve:
- essere ispirato dalla Natura, essere sostenibile, salubre, rispettoso e differente
- dispiegarsi e diffondersi, come un organismo, dal suo nucleo più interno
- esistere, nel presente continuato e rigenerarsi
- seguire i flussi ed essere flessibile ed adattativo
- soddifare i bisogni sociali, fisiologici e spirituali
- esprimere ed adattarsi ai ritmi ed ai cicli stagionali.
Mentre sta già arrivando il grattacielo che gira con il vento.
Guglielmo Pizzinelli 24/09
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Il connubio tra le parole creatività e management esercita un fascino immediato sull’immaginazione di chi lavora in posizioni di media o grossa responsabilità. Un fascino seguito subito dopo da un senso di profonda perplessità.
Si dà infatti luogo ad un chiasmo, nella mente di chi ci riflette su per qualche istante, tra i due concetti. Il chiasmo del report. Nel senso di “to report to”. Banalmente: riferire, riportare.
Quando negli annunci di lavoro leggete infatti “il candidato riporterà direttamente al direttore generale / country manager / amministratore delegato”, in realtà state spesso leggendo “il candidato farà ciò che il suo superiore gli dirà”. E quindi, come si dice in America, so much for creativity.
Come dire: dietro ad un’idea interessante – il connubio di cui sopra – si cela spesso una realtà scoraggiante.
Ma se siete in cerca di una ventata di ottimismo, di un fascio di luce guida che incoraggi la vostra ricerca di libertà manageriale legata all’intuizione e alla creatività, allora Venerdì 1 Settembre non perdetevi “Franco Tatò - Il percorso creativo del manager”, al Festival della Mente di Sarzana.
E’ vero: bisogna salire un po’ in alto per avere sufficiente spazio da dedicare alla propria creatività manageriale. Ma qualche spunto utile arriverà di certo.
Si dà infatti luogo ad un chiasmo, nella mente di chi ci riflette su per qualche istante, tra i due concetti. Il chiasmo del report. Nel senso di “to report to”. Banalmente: riferire, riportare.
Quando negli annunci di lavoro leggete infatti “il candidato riporterà direttamente al direttore generale / country manager / amministratore delegato”, in realtà state spesso leggendo “il candidato farà ciò che il suo superiore gli dirà”. E quindi, come si dice in America, so much for creativity.
Come dire: dietro ad un’idea interessante – il connubio di cui sopra – si cela spesso una realtà scoraggiante.
Ma se siete in cerca di una ventata di ottimismo, di un fascio di luce guida che incoraggi la vostra ricerca di libertà manageriale legata all’intuizione e alla creatività, allora Venerdì 1 Settembre non perdetevi “Franco Tatò - Il percorso creativo del manager”, al Festival della Mente di Sarzana.
E’ vero: bisogna salire un po’ in alto per avere sufficiente spazio da dedicare alla propria creatività manageriale. Ma qualche spunto utile arriverà di certo.
Guglielmo Pizzinelli 24/08
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