Roberto Saviano, Alessandro Baricco, Luciano Canfora, Alessandro Piperno, Gabriele Salvatores, Carlo Lucarelli, Maurizio Maggiani e molti altri saranno gli ospiti della prima edizione di ''Officina Italia'', che si apre oggi 3 maggio a Milano, per proseguire fino a Sabato 5, alla Palazzina Liberty.
''Officina Italia'' è il primo festival dedicato alla creatività artistica italiana. Al centro della sua scena campeggia la letteratura, la sua enorme vitalità e il suo prestigio, in dialogo con tutte le altre forme d'espressione artistica: un centro, dunque, da cui si dipartono a raggiera cinema, arti visive, teatro, fotografia, design, moda, giornalismo, musica.
L'idea di Antonio Scurati e di Alessandro Bertante, curatori della manifestazione, è quella di convocare ogni anno i migliori scrittori italiani a leggere, in anteprima, dei brani delle opere che vanno creando nella loro officina letteraria. Un vero e proprio festival dell'inedito nel quale gli scrittori sono invitati anche, dopo la propria lettura, a conversare con alcuni esponenti di massima levatura nei rispettivi ambiti creativi.

Il festival si prefigge di approfondire il rapporto fra la letteratura e la sua officina creativa, allargando poi lo sguardo anche ad altri ambiti dell'arte e della scienza.  La letteratura farebbe, dunque, da cornice e da interlocutrice privilegiata di una galleria di eccellenze della cultura italiana.
Il festival mira a diventare, fin dalla prima edizione, un'importante vetrina per Milano e per la creatività italiana in generale, ma anche un momento di riflessione nel quale poter affrontare da una prospettiva nuova argomenti di attualità e politica. Un festival che attraverso un formula semplice e immediata, priva di gigantismi organizzativi e facilmente identificabile, vuole essere un momento d'incontro, di frontiera, fra i diversi linguaggi della comunicazione artistica ma, soprattutto, fra i territori dell'arte e quelli della vita.

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«Considero l´impertinenza come un buon modo e a volte l´unico possibile, di affrontare i problemi in maniera pertinente».

Piergiorgio Odifreddi al Festival della Scienza di Genova
Daniela 01/11
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A me l’argomento del senso della vita appassiona, e sono attratto dal labirinto perché più vicino alla realtà.
Senza scomodare i filosofi greci, la vita talvolta è un guazzabuglio infame, ne cogli il senso solo se la guardi dall’alto, proprio come un labirinto.
A noi non è concesso guardare dall’alto noi stessi che ci agitiamo. Solo pochi "filosofi" ci riescono. Ma ci guardano da angolazioni particolari e prospettive strane, che hanno margini di errore a volte molto ampi.
Allora [approccio edonistico] accettato che l’uscita del labirinto sia la morte, meglio prolungare il guazzabuglio creativo (la vita) il più possibile e trarne il massimo ritorno (piacere o gusto) o ridurre al minimo il dolore.
Di norma, nei labirinti, per arrivare di sicuro alla fine (ammesso che uno ne abbia voglia ) occorre seguire la regola del "girare sempre a destra" (o a sinistra) ogni volta che si incontra un bivio: è chiaro che attuando tale scelta non si farà mai lo stesso percorso due volte e quindi siamo certi di uscire, anche se non si sa quando.

E’ di sicuro una scelta vita determinata ad affrontare al meglio le vicissitudini del futuro, una vita piatta ma sicura: scelte ragionate e ottimizzate al risultato di "uscire sicuramente" -- come se ci fosse il rischio del girare in eterno per il labirinto, come se ci fosse il rischio dell’immortalità!

C’è da chiedersi: conviene? Non è meglio la casualità di un bivio giocato sull’opportunità presunta del momento piuttosto che una scelta scientifica del sempre a destra (o a sinistra).

Non è umorismo applicato alla vita o alla politica.  Esiste un altro vantaggio della "scelta opportunistica": può accadere che il percorso e quindi gli eventi si ripetano e quindi si incontrino ciclicamente più volte soggetti, eventi ed emozion. Anche nella vita reale a volte sembra di aver già visto un posto o aver già vissuto una esperienza: esiste quindi il consapevole piacere sottile del ripetere il vissuto.

Economicamente è anche più conveniente: si ottimizzano le scelte, si incontrano le stesse persone più volte, eccetera, eccetera.
A volte si ha l’impressione di conoscere già la risposta: insomma è meno faticoso.

Saltare da una cornice all’altra (Rovati) è rischioso perché è più probabile incontrale la scorciatoia verso la fine; il salto giocato mi pare emozionante.
Accertato che non c’è uno scopo, torniamo al senso della vita, concordo con Daniela… basta rivedere il percorso… quando cerchiamo un senso nella vita valutiamo ciò che abbiamo fatto fino ad allora e decidiamo il prossimo passo sulla base del principio edonistico (massimo risultato-minimo sforzo)

Siamo daccapo, lo scopo non può essere comportarsi da lupi.
Se non abbiamo una morale di riferimento, ci aiuta l’etica (Bobbio insegna) o la poesia. Per esempio Kipling  dice in alcuni versi …..
“Se riuscirai a mantenere il controllo quando tutti intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa, Se riuscirai ad aver fiducia in te quando tutti ne dubitano ma anche a tener conto del dubbio...
Se riuscirai ad aspettare e a non stancarti di aspettare …
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo …
Se riuscirai a considerare il trionfo e la rovina come impostori…
Allora sarai un uomo, figlio mio, e tua sarà la terra e ciò che e’ in essa.”

Non esiste una meta, solo controllo, fiducia e tanta pazienza.
Molto tranquillizzante ma molto difficile da realizzare.
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Prendo spunto dal confronto che si sta avviando a partire da Virginia Wolf...

Segnalo un set di libri appena usciti, di donne e su donne, e un film che mi auguro di poter vedere presto: Water - Awaragi di Deepa Mehta, candidato all'Oscar dal Canada.

Non avendo ancora visto il film né letto nessuno dei libri segnalati, non aggiungo altro ma mi pare un buon menù.

Avete letto qualcosa di queste autrici?

Visto per caso Fire o Earth di Deepa Mehta?

Magari ce li raccontiamo...

Daniela 07/10
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  Piergiorgio Oddifredi - La Repubblica - 29 Settembre 2006

La logica è lo studio del logos: cioè, del pensiero e del linguaggio. O meglio, del pensiero come esso si esprime attraverso il linguaggio. Il che significa che, per capire la logica, bisogna anzitutto incominciare a capire il linguaggio, che almeno nelle sue versioni indoeuropee si basa su una tripartizione delle parole in tre categorie fondamentali: i sostantivi, gli aggettivi e i verbi, che servono a indicare oggetti, proprietà e azioni (o stati), come nella frase «l´homo sapiens parla». Ciascuna categoria corrisponde a un particolare modo di guardare e vedere il mondo, e ha dato origine a generi letterari complementari: l´epica, la lirica e il dramma, che si concentrano rispettivamente sui personaggi, i sentimenti e gli eventi.

Vedere il mondo sotto la specie degli oggetti, delle proprietà o delle azioni vuol dire osservare da un punto di vista significativo ma parziale ciò che ci circonda, e determinare la natura della descrizione della realtà. I bambini, ad esempio, hanno più facilità a distinguere gli oggetti che le azioni, e imparano più facilmente i sostantivi che i verbi. E in parte questa attitudine permane anche negli adulti, visto che le lingue parlate moderne hanno in genere molti più sostantivi che verbi. In altre parole, il mondo ci appare oggi più «naturale» come insieme di cose che come insieme di eventi, benché non sia sempre stato così: ad esempio, nel greco antico era vero il contrario, e i nomi erano in gran parte derivati verbali.

Analogamente, in genere nelle lingue il singolare è più frequente del plurale: ciò significa che riconosciamo più facilmente gli individui che non le specie e i generi, o gli insiemi. E il plurale generico è più frequente di quello specifico (duale per le coppie, triale per le terne, eccetera): ciò significa che riconosciamo tanto più facilmente le specie e i generi, o gli insiemi, che i loro tipi cardinali.
Ovviamente, non per ogni oggetto c´è un nome, o per ogni proprietà un aggettivo, o per ogni azione un verbo. Anzi, è vero il contrario: soltanto pochissimi oggetti, proprietà e azioni ricevono la nostra attenzione, e vengono battezzati con una parola. Gli altri dobbiamo farli rientrare in quelli, con un processo di approssimazione che spesso diventa una semplificazione della complessità della realtà. Ma senza semplificazione non ci sarebbero l´astrazione e il pensiero: ad esempio, ogni uomo rimarrebbe un individuo a sé stante, e non arriveremmo mai alla concezione dell´umanità.

Il problema principale che il linguaggio e il pensiero devono risolvere è dunque di riuscire a mediare tra gli eccessi di proliferazione e di semplificazione del vocabolario: troppe parole rendono la comunicazione difficile, e troppo poche la banalizzano.
Per questo, i bambini che hanno ancora un lessico troppo limitato ci fanno spesso sorridere, così come ci fanno ridere quegli adulti, dai filosofi agli avvocati, che si pavoneggiano invece con uno troppo complicato. E uno degli scopi della logica, forse il più salutare, è proprio quello di sviluppare strumenti sufficienti a farci ridere di una buona parte delle sedicenti «argomentazioni» dei nostri simili, mostrandoci le une e gli altri nella loro infantile ingenuità.

Perché il linguaggio è una tecnologia, e come tale può essere usato o abusato. Infatti, ogni parola è letteralmente una parabola: essendo «messa a fianco» o «in parallelo» alla realtà, essa va interpretata e compresa, e si presta dunque a essere fraintesa. Ad esempio, le stesse parole che ci permettono di cogliere l´essenza del mondo fisico possono anche illuderci di percepire la presenza di un mondo metafisico: prime fra tutte, le abusate parole «spirito» e «anima».
Oggi i teologi e i filosofi le usano in libertà, come se dietro di esse ci fosse qualcosa di soprannaturale. Ma dimenticano, o fingono di dimenticare, che in origine lo spiritus latino, così come i suoi equivalenti greci psyche e pneuma, o quelli sanscriti brahman e atman, non significavano altro che la naturale respirazione, nelle due forme complementari dell´inspirazione e dell´espirazione. O che anemos era semplicemente il vento, e «animato» chi respirava: come gli animali, appunto, dei quali non si pensa certo che abbiano un´anima (anche se, secondo un´indagine dell´Istituto Piepoli del 12 settembre 2006, sembra invece che il 49% degli italiani lo pensi)! Il significato originario di queste parole si è preservato fino ad oggi, benché nascosto: ad esempio, quando si parla di «anima di un pneumatico» per la camera d´aria di una gomma, o di «anemometro» per lo strumento che misura, ovviamente, il vento e non l´anima!

Niente di male, finché le parole «spirito» o «anima» vengono usate in senso metaforico e poeticamente evocativo. Ad esempio, nelle Upanishad si leggono bei versi sulla coincidenza di brahman e atman, che viene paragonata alla confluenza dei succhi dei fiori raccolti dalle api di un alveare in un unico miele, o dei fiumi di un continente in un unico oceano. Ma molto di male, se si crede che dietro alle parole ci debba sempre essere qualcosa, e che dunque lo spirito cosmico e gli spiriti individuali «esistano», allo stesso modo del miele e dei succhi dei fiori dai quali esso viene estratto, o dell´oceano e dei fiumi che in esso si riversano.

Sembrerebbe impossibile, eppure intere religioni e filosofie si sono dedicate per millenni allo studio dello «spirito» e dell´«anima», dimenticando che esse erano ormai diventate soltanto parole senza significato, metafore vuote di cui ci si era scordati la valenza metaforica in un processo di intossicazione e assuefazione intellettuale che è così comune da avere persino un nome: «reificazione» o «ipostatizzazione», ovvero «scambiare un concetto astratto per un oggetto concreto», dimenticando il detto di Feuerbach che «gli oggetti sono dati, ma i concetti sono posti».
L´analisi logica ed etimologica del linguaggio aiuta dunque a decostruire la religione e la metafisica. Ma non solo esse, perché il linguaggio crea le sue trappole dovunque: anche nella scienza e nella matematica. Gli esempi più classici sono le nozioni di verità e di infinito, che costituiscono due fili conduttori della storia della disciplina, da Aristotole a Kurt Gedel. Più di recente la logica è riuscita, attraverso i lavori dei premi Nobel per l´economia Kenneth Arrow e Amartya Sen, a decostruire anche concetti che usiamo quotidianamente nel dibattito politico, dalla democrazia al diritto. E, in generale, a mostrare dal di dentro del linguaggio e della ragione le colonne d´Ercole oltre le quali non ci si può avventurare, pena il naufragio intellettuale.
Ma c´è anche un altro filo conduttore, un´altra faccia della medaglia, nella logica e nella sua storia: l´obiettivo di rendere completamente esplicite le strutture del linguaggio e della ragione che usiamo implicitamente ogni giorno. E non soltanto nelle comunicazioni quotidiane, ma anche e soprattutto nelle dimostrazioni matematiche: per questo oggi si parla di logica matematica, cioè dello studio matematico del ragionamento matematico. Una doppia qualificazione, questa, che trova le sue origini nel metodo e nell´oggetto della teoria dei sillogismi elaborata da Aristotele nell´Organon: un vero e proprio teorema di classificazione, che isola i 24 tipi corretti tra i 256 possibili, e costituisce un analogo del teorema di classificazione dei cinque solidi regolari dimostrato nella stessa epoca da Teeteto.
L´esplicitazione matematica delle Leggi del pensiero, secondo il titolo dell´epocale opera del 1851 di George Boole, portò nel 1945 alla costruzione del computer da parte di John von Neumann, sulla base di un progetto di Alan Turing del 1936: una macchina che non a caso viene chiamata «cervello elettronico», proprio per sottolineare la sua capacità di eseguire elettronicamente i processi intellettuali che, fino ad allora, l´uomo credeva fossero un suo monopolio biologico. E, forse, proprio questa è stata la maggior decostruzione della logica: l´averci mostrato che anche gli esseri di silicio si comportano come se fossero fatti a immagine e somiglianza di Dio, con buona pace degli «spiritosi» che continuano a credere che invece lo siano soltanto gli esemplari dell´ultima release degli esseri di carbonio.


INCONTRI: UNA CONFERENZA SUL LOGOS

"L´idea è quella di chiedere a chi per una vita si è occupato di un argomento di condensare in un´ora alcuni elementi chiave da offrire ad un pubblico di non specialisti. Il ciclo organizzato dall´editore Luca Sossella, si è inaugurato ieri all´Auditorium di Roma con la conferenza di Piergiorgio Odifreddi "Che cos´è la logica" di cui pubblichiamo qui una sintesi. Seguirà , tra qualche settimana, Franco Cordero con "Che cos´è la giustizia" e interverranno successivamente Renzo Piano, Umberto Eco e Walter Veltroni sui temi dell´architettura, dell´estetica e della politica." La Repubblica, 29/9/2006
Daniela 30/09
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Ho avuto uno scambio con Salvatore a proposito del mio post. Forse il tema non appassiona ma...Salvatore dice:

"Anche se non mi è molto chiaro il legame con creatività, intelligenza e rischio, ...

La filosofia del labirinto presuppone uno scopo (via d'uscita), che io non vedo nella vita; la filosofia del viandante invece è più realistica.
Tuttavia la mia impressione è che gli uomini abbiano bisogno di mete, quindi consciamente o inconsciamente si illudono che ci sia uno scopo e tendono ad adottare la filosofia del labirinto."

Dandomi così modo, ahinoi, di proseguire nel ragionamento:

Capisco che non sia molto chiaro, ma non avevo trovato supporto per sviluppare il discorso del percorso. Nell'etica del labirinto, invece, trovo la risposta che sentivo ma non riuscivo ad esprimere in modo sufficientemente compiuto.

Credo di poter dire che il senso della vita, stante che lo scopo ultimo è la morte, è il percorso (capito il legame? :)). E' il "durante".

E qui mi ricollego alla creatività, l'intelligenza, il rischio: ogni passaggio ha una sua finalità propria che può essere indipendente dal fine ultimo; quindi se il singolo passaggio non dà l'esito sperato, non importa; per dirla con Rovatti: è un salto giocato.

Se così (un pò) può essere, la necessità della meta a tutti i costi nasce dall'incapacità, o dall'impossibilità, di dare valore al percorso. Fino a quando non capisci che l'importante è il percorso hai bisogno della meta.

Facendo un ulteriore passettino, non se avanti indietro o di lato, mi sentirei di dire che il senso sta nel percorso in un'ottica retrospettiva; quando cerchiamo un senso, infatti, normalmente valutiamo anche, forse soprattutto, ciò che abbiamo fatto sino a quel punto.

Non so andare oltre...

Daniela 30/09
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Abbiamo finalmente recuperato la bambina bielorussa, inseguiti dalle maledizioni degli apparati ecclesiastici che augurano "rimorsi atroci agli spioni" che ne hanno consentito la liberazione.

Il mio pensiero circa la parte svolta dalle famiglie l'ho già espresso qui.

Riporto, invece una parte dell'intervento di Luisella Battaglia sul Secolo XIX di oggi:
"Sembra emergere da questa vicenda una sorta di latente familismo, l'ideologia che vede la famiglia come il baluardo di difesa contro una società avvertita come straniera e minacciosa, l'unica in grado di tutelare, insieme alla Chiesa - che non ha esitato a schierarsi apertamente con i Giusto - i valori veri che lo Stato sembra incapace di esprimere e salvaguardare."

Quale responsabilità un simile cognome!!!

A proposito dei religiosi, e della religione, attingo ancora una volta a piene mani da Norberto Bobbio, su Repubblica di ieri nello stesso articolo di Zagrebelsky: "...Alla domanda di un intervistatore che una volta gli aveva chiesto: «In che cosa spera, professore?», ha risposto: «Non ho nessuna speranza. In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza». Questo, in effetti, sembra un mondo di rassegnazione. Ma subito dopo ha precisato (pagg. 107-108): «la speranza è una virtù teologica. Quando Kant afferma che uno dei tre grandi problemi della filosofia è "che cosa debbo sperare", si riferisce con questa domanda al problema religioso. Le virtù del laico sono altre: il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle idee altrui, virtù mondane, civili».

La domanda sorge spontanea: non sembra anche a voi che le virtù del laico siano più che sufficienti e che la laicità implichi molta meno conflittualità e problematicità che non il ricorso alla religione? Se proprio serve una dottrina, volgiamoci alla filosofia :)

Daniela 28/09
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Filosofi/1 Norberto Bobbio

L'etica del labirinto (sul significato dell'esistenza)
«Chi entra in un labirinto sa che esiste una via d´uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un´altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza, non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare, essere sempre pronti a tornare indietro». L´etica del labirinto richiede che «non ci si butti mai a capofitto nell´azione, che non si subisca passivamente la situazione, che si coordinino le azioni, che si facciano scelte ragionate, che ci si propongano, a titolo d´ipotesi, mete intermedie, salvo a correggere l´itinerario durante il percorso, ad adattare i mezzi al fine, a riconoscere le vie sbagliate e ad abbandonarle una volta riconosciute». (La Repubblica, 27 Settembre, 2006).

Filosofi/2  Umberto Galimberti

L'etica del viandante
"Io propongo un'idea debole, purtroppo, che chiamo "l'etica del viandante". Il viandante non ha una meta, si muove e di volta in volta trova le modalità per scalare montagne o attraversare fiumi non in base a mappe o a principi, ma in base a quello che i Greci chiamavano phronesis: la virtù di Ulisse, cioè la possibilità di decidere in base alle circostanze e ai risultati attesi. Auspico la dimensione del dialogo in contrapposizione a quella della violenza, per trovare, di volta in volta, di fronte ai problemi che sorgeranno, il massimo consenso possibile intorno alle cose da fare." (Umberto Galimberti - Il SecoloXIX - 5/6/2006)

Creatività, intelligenza, rischio: a proposito del percorso....e del rischio
Daniela 27/09
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Ricordate quel monologo di Gaber, Io se fossi?

A proposito di creatività, naturalmente, perchè è molto creativo l'immaginare di essere qualcun'altro, il farlo davvero, voglio dire, riuscire ad immedesimarsi nei panni di un'altra persona, avere abbastanza empatia per cogliere il bene e il male di una situazione, di un momento, di una vita, e viverla non come la vivremmo noi ma come la vivrebbe l'altro. 

Ho appena finito di leggere una traduzione in francese di Beroul e Thomas, i primi autori conosciuti di una messa per iscritto della saga celtica di Tristano ed Isotta.
Così mi sono chiesta: cosa avrei fatto se fossi stata Isotta?
Perchè lei è un personaggio straordinario, che a viva forza si è sottratto dall'immagine della signora trobadorica a cui la sua bellezza la avrebbe relegata, è un donna attiva, disposta all'avventura, al rischio, ma più di ogni altra cosa, è un'impenitente bugiarda.
Non fa che mentire, dall'inizio alla fine. Il romanzo di Beroul potrebbe tranquillamente sottotitolarsi: l'eterna menzogna.

Una donna così muore, spirando col corpo di Tristano. Ma non muore solo d'amore. Isotta sceglie deliberatamente di morire, per dolcezza...per protesta, in un certo qual modo.

Che avrei fatto, io, se fossi stata Isotta? Sebbene il suicidio non sia proprio nelle mie corde avrei dovuto sforzarmi per trovare qualcosa di più dissacrante, ultimo straordinario guizzo dell'ego smisurato di una donna.

Forse io, se fossi stata Isotta, non mi sarei mai innamorata di Tristano. Finito l'effeto del filtro (tre anni in Beroul, la mia storia preferita, mentre in Thomas è eterno) mi sarei rispresa il mio amore ed avrei scelto di darlo a qualcun'altro.
Non ho mai avuto simaptia per i protagonisti.

Comunque una cosa è sicura: se fossi nata allora avrei voluto essere Isotta.
Francesca 18/09
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Ho visto il film di Gianni Amelio con il sempre più stupefacente Castellitto. Non sono in grado, né mi interessa, di fare commenti tecnici sul film che in ogni caso mi è piaciuto molto.

Due gli stimoli che ne ho ricavato.

* La terribilmente affascinante (o fascinosamente terribile) capacità degli essere umani di trovare un senso per la propria vita, sia individualmente sia collettivamente;  in particolare in alcune scene del film è tale l'assurdità dei contesti di vita delle persone che viene da chiedersi per quale incredibile miracolo le persone si alzano, fanno delle cose in funzione e previsione di un nuovo giorno; altrettanto interessante è che, se questa assurdità è vera per i milioni di operai, donne, bambini cinesi, è vera anche per il manutentore italiano nonostante il suo stordimento, e quindi la sua apparente estraneità, alla vista del grattacielo casa, ristorante, lavanderia, vita o della fabbrica, asilo, casa, mensa, vita.

**  Cina e India, i due nuovi giganti economici e tecnologici che ci sommergeranno tutti nei prossimi anni. Come dice la mia amica Maria Grazia appena tornata dal Rajasthan: com'è che questi paesi emergono, le loro economie galoppano e ci trovi sempre e comunque fame morte e miseria?

Ecco, tutto qui. E anche altro ma è meglio vederlo.


Daniela 14/09
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